Favole di Jean La Fontaine

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Favole di Jean La Fontaine

LIBRO PRIMO


I - La Cicala e la Formica

La Cicala che imprudente

tutto estate al sol cantò,

provveduta di niente

nell'inverno si trovò,

senza più un granello e senza

una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa

va a cercar della Formica

e le chiede qualche cosa,

qualche cosa in cortesia,

per poter fino alla prossima

primavera tirar via:

promettendo per l'agosto,

in coscienza d'animale,

interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto

di prestar malvolentieri,

le dimanda chiaro e netto:

- Che hai tu fatto fino a ieri?

- Cara amica, a dire il giusto

non ho fatto che cantare

tutto il tempo. - Brava ho gusto;

balla adesso, se ti pare.


II - Il Corvo e la Volpe

Sen stava messer Corvo sopra un albero

con un bel pezzo di formaggio in becco,

quando la Volpe tratta al dolce lecco

di quel boccon a dirgli cominciò:

- Salve, messer del Corvo, io non conosco

uccel di voi più vago in tutto il bosco.

Se è ver quel che si dice

che il vostro canto è bel come son belle

queste penne, voi siete una Fenice -.

A questo dir non sta più nella pelle

il Corvo vanitoso:

e volendo alla Volpe dare un saggio

del suo canto famoso,

spalanca il becco e uscir lascia il formaggio.

La Volpe il piglia e dice: - Ecco, mio caro,

chi dell'adulator paga le spese.

Fanne tuo pro' che forse

la mia lezione vale il tuo formaggio -.

Il Corvo sciocco intese

e (un po' tardi) giurò d'esser più saggio.


III - La Rana e il Bove

Grande non più d'un ovo di gallina

vedendo il Bove e bello e grasso e grosso,

una Rana si gonfia a più non posso

per non esser del Bove più piccina.

- Guardami adesso, - esclama in aria tronfia, -

son ben grossa? - Non basta, o vecchia amica -.

E la rana si gonfia e gonfia e gonfia

infin che scoppia come una vescica.

Borghesi, ch'è più il fumo che l'arrosto,

signori ambiziosi e senza testa,

o gente a cui ripugna stare a posto,

quante sono le rane come questa!


IV - I due Muli

Un Mulo che portava sulla schiena

dei sacchi d'or per conto dello Stato,

tutto superbo camminava a lato

d'un altro Mulo carico d'avena.

Agitando la criniera

colla bella sonagliera

del nemico ei fu cagione

che attirasse sull'oro l'attenzione.

Tratta dal buon bottin ecco una banda

piomba sul regio Mulo, e una tempesta

di colpi piove a lui sopra la testa

che invan sospira e ragli al cielo manda.

- Poveretto, - esclama, - a morte

mi conduce l'alta sorte!

Te felice che d'avena,

non di tesor hai carica la schiena!

- Buon amico, è questo il guaio,

degl'impieghi illustri ed alti, -

gli rispose il camerata:

- meglio il mulo d'un mugnaio

che il dover far certi salti -.


V - Il Lupo e il Cane

Un Lupo già ridotto al lumicino

grazie ai cani che stavan sempre all'erta,

andando un dì per una via deserta

incontrava un magnifico mastino,

tanto grasso, tondo e bello,

che pensò di dargli morte

provocandolo in duello.

Ma vedendolo un po' forte,

pensò invece con ragione

di pigliarlo colle buone.

Comincia in prima a rallegrarsi tanto

di vedere il buon pro' che gli fa il pane.

- E chi vi toglie, - rispondeva il Cane, -

di fare, se vi accomoda, altrettanto?

Quella vita che voi fate

dentro ai boschi è vita infame

sempre in guerra e sempre in scrupolo

di dover morir di fame:

vita stracciata e senza conclusione

che non può mai contar sopra il boccone.

Venite dietro a me, mio buon compare,

che imparerete l'arte di star bene.

Vi prometto pochissimo da fare;

star di guardia, guardar chi va, chi viene,

abbaiare ai pitocchi ed alla luna

e sbasoffiare poi certi bocconi

di carne e d'ossa, d'anitre e capponi,

senza contar la broda

in pagamento del menar la coda -.

Udendo questo, della sua fortuna

il Lupo si rallegra fino al pianto.

Ma camminando dell'amico accanto

gli venne visto spelacchiato e frollo

del buon mastino il collo.

- Che roba è questa? - È nulla. - È nulla un corno!

- Suvvia non darti pena,

forse il segno sarà della catena

alla quale mi legano di giorno.

- Ti legano? - esclamò cangiando tono. -

Né correre tu puoi dove ti piace?

- Che importa? - Importa a me, colla tua pace;

fossero d'oro, i piatti tuoi ti dono,

non è una vita, no, che m'innamora -.

E presa la rincorsa, corre ancora.


VI - La Mucca, la Capra e la Pecora in società col Leone

Si narra che una volta stringesser comunella

la Pecora, la Mucca, la Capra lor sorella,

col gran signor del luogo che detto era Leone,

a questa condizione:

che ognun insieme i danni e gli utili mettesse.

Ben stabiliti i patti avvenne che cadesse

un cervo nella fossa un dì della capretta,

che onesta manda a chiedere i suoi compagni in fretta.

Giunto il Leone, esclama: - Faremo quattro parti -.

E subito coll'unghie straccia la bestia in quarti.

La prima se la piglia e ciò per la ragione

ch'egli è Messer Leone.

- Un'altra parte - aggiunge, - ancor spettami in sorte

perché sono il più forte.

La terza me la piglio perché sono il Leone,

e se la quarta qualcuno osasse contrastarmi

lo mangio in un boccone -.


VII - La Bisaccia

Barba Giove disse un giorno:

- Vengan quanti al mondo sono

animali malcontenti

e ciascun di lor mi parli

senza fare complimenti,

ch'io vedrò dal mio gran trono

se si possa contentarli -.

Il babbione per suo conto

si dichiara arcicontento

senza tema di confronto.

Una bestia, figurarsi!

che cammina a quattro mani,

così bella e di talento,

non sarebbe un'ingiustizia

se volesse lamentarsi?

Ma una grande compassione

egli sente in cor per l'orso,

che gli sembra un così stupido

materiale bestïone,

così rozzo e disadatto,

che i pittori si rifiutano

fin di pingerne il ritratto.

L'orso subito protesta

contro questa insinuazione.

Quel che a lui sembra mal fatto,

corto in coda e grosso in testa,

una macchina pesante

senza garbo e proporzione,

è piuttosto l'elefante.

A sua volta anche costui,

ch'è un buonissimo pedante,

dice mal della balena

tutta schiena, tutta schiena.

Ogni mal è del vicino,

e per essere discreti

fa l'istesso panegirico

la formica al moscherino.

Barba Giove soddisfatto

li rimanda in santa pace.

Per venire adesso al fatto

non vi sembra che a un dipresso

anche noi facciam lo stesso?

Linci a scorgere del prossimo

i difetti, siamo poi

talpe cieche sol per noi.

Quando viene in questa valle

porta ognuno sulle spalle

una duplice bisaccia.

Dentro a quella che sta innanzi

volentieri ognun di noi

i difetti altrui vi caccia,

e nell'altra mette i suoi.


VIII - La Rondine e gli Uccellini

Molte cose una Rondine vedute

ne' suoi viaggi avea di là del mare.

Viaggiando c'è sempre da imparare

e tanto ben la nostra rondinella

apprese a strologare il cielo e i venti,

che ai naviganti indizio

era di tempo bello o di procella.

Venne il tempo che getta le sementi

della canape in terra il contadino.

Vedendo questo disse: - State attenti,

uccelli, non mi va questa faccenda;

per voi semina insidie quella mano.

Per me, se c'è pericolo,

saprò bene volarmene lontano.

Da quei solchi vedrete uscir gl'inganni,

trappole e reti e panie ed altri affanni

come dire la morte o la prigione.

Dunque, - aggiunse la Rondine prudente, -

codesti grani subito mangiate -.

Ma gli Uccelli risposero a fischiate.

Essi risero poi della balorda,

che mentre era sì ricca la stagione

e pieno il campo d'ogni altra pastura,

volesse, profetessa di sventura,

costringerli a mangiar roba indigesta

e cruda come questa.

Fossero stati mezzo milione,

non bastavano ancora a ripulire

una provincia di quell'erba dura.

- Uccelli, non mi va questa faccenda, -

la rondinella ritornava a dire, -

mal'erba cresce presto e non vi attenda

di non aver creduto il pentimento.

Quando la neve coprirà la terra,

sarà divertimento

di tanta gente in ozio agli uccellini

il far con lacci e trappole la guerra.

Voi non potete come è dato a noi,

e come fan le gru, fan gli stornelli,

passar del mar, dei monti oltre i confini.

Altro dunque per voi

non rimane che starvene al sicuro

dentro i crepacci d'un cadente muro -.

Seccati di sentirla predicare,

a far rumor cominciano gli Uccelli,

come i Troiani usavano di fare

se la bocca Cassandra appena apria.

Così per questi come accadde a quelli,

quando rimaser presi

pur troppo s'avverò la profezia.

Anche fra noi succede tal e quale,

che non sentiam che il sentimento nostro.

Se non è sopra, non si crede al male.


IX - Il Topo di città e il Topo di campagna

Un Topo campagnol venne invitato

con molta civiltà

a un pranzo di beccacce allo stufato

da un Topo di città.

Seduti su un tappeto di Turchia

coi piatti avanti a sé,

mangiavan quella grassa leccornia

felici come re.

Se il trattamento e il piatto

fu cortese e squisito io non dirò.

Ma solo avvenne un fatto

che sul più bello il pranzo disturbò.

Voglio dir che alla porta

s'intese tutto a un tratto un gran rumor,

l'un scappa che il diavolo lo porta

e scappa l'altro ancor.

Passato quel rumor torna al suo posto

il Topo cittadin,

e vuole che del pranzo ad ogni costo

si vada fino in fin.

- No, basta, - disse il Topo di campagna, -

vieni diman da me.

Non si mangia seduti in pompa magna

ghiottonerie da re,

ma si mangia e nessuno t'avvelena

il pane ed il bicchier.

Senza la pace anche una pancia piena

non gusta il suo piacer -.


X - Il Lupo e l'Agnello

La favola che segue è una lezione

che il forte ha sempre la miglior ragione.

Un dì nell'acqua chiara d'un ruscello

bevea cheto un Agnello,

quand'ecco sbuca un lupo maledetto,

che non mangiava forse da tre dì,

che pien di rabbia grida: - E chi ti ha detto

d'intorbidar la fonte mia così?

Aspetta, temerario! - Maestà, -

a lui risponde il povero innocente, -

s'ella guarda, di subito vedrà

ch'io mi bagno più sotto la sorgente

d'un tratto, e che non posso l'acque chiare

della regal sua fonte intorbidare.

- Io dico che l'intorbidi, - arrabbiato

risponde il Lupo digrignando i denti, -

e già l'anno passato

hai sparlato di me. - Non si può dire,

perché non era nato,

ancora io succhio la mammella, o Sire.

- Ebbene sarà stato un tuo fratello.

- E come, Maestà?

Non ho fratelli, il giuro in verità.

- Queste son ciarle. È sempre uno di voi

che mi fa sfregio, è un pezzo che lo so.

Di voi, dei vostri cani e dei pastori

vendetta piglierò -.

Così dicendo, in mezzo alla foresta

portato il meschinello,

senza processo fecegli la festa.


XI - L'Uomo e la sua immagine
(Al signor Duca de La Rochefoucauld)

Un uomo molto di se stesso amante

e che, senza rivali, d'un bell'uomo

si dava l'aria, in ciò fisso e beato,

se la prendea di rabbia con gli specchi

ch'ei dicea tutti falsi e accusatori.

Per trarlo d'illusion fece la sorte

benevola che, ovunque egli girasse

coll'occhio, non vedesse altro che specchi.

Specchi dentro le case e in le botteghe

de' merciai, specchi in petto ai bellimbusti

e fin sulle cinture delle belle,

ovunque insomma a risanarlo il caso

gli facea balenar davanti questo

tacito consigliere delle belle.

Al mio Narciso allor altro non resta

che andare, per fuggir tanto tormento,

in paesi selvaggi e sconosciuti,

ove di specchi non vi fosse il segno.

Ma specchio ancora, o illusion, discende

ivi un bel fiume, che da pura fonte

sgorga e l'attira di sì strano incanto

ch'ei non può dal cristal torcer lo sguardo.

Della favola è questa la morale,

che non d'un solo io traggo a beneficio,

ma di quanti son folli in questo mondo.

L'anima umana è l'uomo vanitoso

troppo amante di sé: gli specchi sono

gli altrui difetti in cui come in ispeglio

ogni nostro difetto si dipinge.

E il libro delle Massime, o mio Duca,

è quel fiume che l'anima rapisce.


XII - Il Dragone di molte teste e il Dragone di molte code

Narra la storia che fu già in Lamagna

del gran Sultano un certo ambasciatore,

così millantatore

del suo paese, che al cospetto un zero

eran per lui le forze dell'Impero.

- Come? - un Tedesco a lui fece osservare, -

noi contiam dei vassalli in questa terra

così potenti, che potrebbe armare

un esercito ognuno in piè di guerra.

- Questo, - soggiunse il Turco intelligente, -

un certo caso mi richiama in mente

strano, ma ver, ch'è capitato a me.

Mi trovavo per caso in una selva,

quando venne a passar dietro una siepe

un'Idra a cento teste tanto orrenda,

ch'io non vidi giammai la più tremenda.

Ma più del mal fu grande la paura,

ché il grosso corpo della brutta belva

non poteva passar di quella siepe

traverso la fessura.

Stavo pensando a sì strana avventura

quando un altro Dragone

con un sol capo sopra un gran corpaccio,

e non so quante code alla riserva,

dietro alla siepe a un tratto si affacciò.

Prima col capo aprissi una finestra,

per questa il corpo e poi le cento code

dagli arbusti tirò

a poco a poco fuori dall'impaccio.

È questa, io credo, in ultima sentenza

tra il tuo signore e il mio la differenza -.


XIII - I Ladri e l'Asino

Due Ladri avean rubato un Somarello

e a pugni il disputavan fra di loro:

quand'ecco sul più bello

un terzo sopraviene,

che piglia Orecchialunga e se lo tiene.

Dei piccoli paesi ecco la storia,

che sono alla balìa

di questo o quel vicino prepotente.

Mentre il Turco, il Rumeno o il Transilvano

accorrono alle prese,

un altro arriva, per esempio Inglese,

che piglia per sé l'asino

e lascia agli altri un bel niente in mano.


XIV - Simonide salvato dagli Dèi

Malerba ha detto, ed io gli do ragione,

che la lode eccessiva mai non è

per tre classi speciali di persone:

gli dèi, le donne e i re.

La lode il cor solletica alle belle,

che si mostrano grate o tardi o presto,

in quanto ai Numi si racconta questo:

Simonide doveva

un grande elogio scriver d'un atleta

e non sapeva proprio cosa dire:

l'atleta oltre la forza non aveva

gran meriti ed i suoi, gente alla buona,

vivean sì sconosciuti alla carlona,

da fare disperar anche un poeta.

Or che pensa Simonide? - Accozzate

quattro parole intorno all'argomento,

girò la vela al vento,

e sparse d'eloquenza i più bei fiori

su Castore e Polluce, che direi

degli atleti i due santi protettori.

Lodò le imprese, le battaglie e l'arti,

onde brillano i due santi gemelli

con tal copia di storie e fatterelli,

che il loro panegirico

occupò del discorso almen tre quarti.

L'atleta udendo questo,

assai poco contento,

pagò del panegirico una parte

e disse: - Va' da Castore e Polluce

che del talento pagheranno il resto:

ma perché non ti sembri villania,

vieni oggi a desinare a casa mia

che un boccon mangeremo allegramente

in lieta compagnia -.

Non volendo mostrarsi scompiacente,

e per non perder forse anche quel poco,

Simonide accettò.

La brava gente fece onore al cuoco,

si bevve e si mangiò,

lieto ciascun del suo miglior umore.

A un tratto entra correndo un servitore

a dirgli che due giovani

l'aspettano di fuori. Esce Simonide

e restan gli altri a tavola

per non perdere un tempo così bello.

Eran Polluce e Castore in persona,

che dell'elogio in prima il ringraziarono,

poi - Vattene, - gli dissero, -

da questa casa che di fesso suona -.

Ed ecco a un tratto una trave si schianta,

cade il solaio, ed anfore e bicchieri

e piatti rompe e va sopra ai coppieri.

Inutil dir che quella gente ghiotta

uscì pesta e storpiata.

E per far la vendetta più salata,

per conto del poeta,

ebbe l'atleta anche una gamba rotta.

La fama andò a sonar la sua trombetta

per dritto e per traverso,

e a un uomo tanto caro a Quei lassù

si pagaron gli elogi

il doppio che agli altri ed anche più.

Ogni Bertoldo non guardava ai soldi

pur d'avere un elogio da Simonide

in lode degli antichi suoi Bertoldi.

Tornando a bomba, io dico che l'incenso

ai numi e ai pari lor non è mai troppo.

E l'arte fa benissimo, mi pare,

se dal lavor ritrae qualche compenso.

Si stima l'arte che si fa pagare.

Il favor che il potente all'arte dona

a gloria sua ritorna.

Già fu l'Olimpo amico all'Elicona.


XV - La Morte e il Disgraziato

In suo soccorso un Misero la Morte

chiamava notte e dì:

- O cara Morte, o fortunata sorte

morire e i mali terminar così! -.

La Morte viene all'uscio e si presenta

certissima di fargli un gran favor.

Ma l'altro si spaventa

e si mette a gridare: - O Dio, che orror!

O Morte, o brutta, orribile figura,

va' che mi fai morire di paura -.

Mecenate, uom di talento,

si racconta ch'abbia detto:

- Voi ficcatemi in un letto,

pesto, monco, senza fiato

e dai mali assassinato,

pur ch'io viva son contento.

Per qualunque cosa accada,

brutta Morte, cambia strada -.


XVI - La Morte e il Boscaiolo

Sotto un fastel di legna, non men che sotto il peso

degli anni, un Boscaiolo, curvo, accasciato e stanco,

andava trascinando il doloroso fianco

verso la sua capanna.

Ma tanto è il male e il peso che il poverino affanna,

che posto in terra il carico, a dire cominciò:

- Qual dura sorte in questo mondo sconclusionato

il cielo mi serbò!

Sempre col pane in lite e per soprammercato

la moglie, i figli, i debiti, le tasse e l'angherie

che fanno a un pover'uomo la vita irta di spine.

O Morte, a questi mali poni un rimedio e un fine -.

La Morte, che non usa farsi aspettar giammai,

vien subito e - In che cosa, - esclama, - o buon fratello,

posso giovarti? - O grazie, soltanto ti chiamai,

perché mi aiuti a reggere un po' questo fardello -.

È la morte un gran rimedio

a chi è stanco di soffrir.

Sarà ver, ma piace agli uomini

più soffrire che morir.


XVII - L'Uomo stagionato e le due Amanti

Un Uom, già stagionato e brizzolato,

credette giunto il momento propizio

di prender moglie e mettere giudizio.

Erano molte quelle

giovani ancora e belle

che gli facean la corte.

Ma quell'uom ch'era ricco e ancora forte,

prima volea veder, toccar con mano.

In queste cose chi va pian va sano.

Due vedovelle alfin preser possesso

del suo cuore, di cui

l'una forse un po' giovane per lui,

e l'altra più verso l'età canonica,

che si teneva in prezzo ed in figura

correggendo coll'arte la natura.

Le vedove venivano assai spesso

in casa, e or quella, or questa,

per vezzo carezzandogli la testa,

la vecchia gli strappava ogni momento

qualche capello nero,

e l'altra gli strappava quei d'argento,

per fare che il galante

fosse a ciascuna d'esse somigliante.

e strappa e strappa, il nostro innamorato

si avvide, ahi troppo tardi!

di restar fra le due tutto pelato.

- Questo, - egli disse, - è un saggio avvertimento

di cui proprio vi son molto obbligato.

Addio, belle. Di moglie or faccio senza.

Non mi sento d'aver tanta pazienza

di far a modo suo; che s'ella è trista,

non c'è testa pelata che resista -.


XVIII - La Volpe e la Cicogna

Monna Volpe un bel dì fece lo spicco

e invitò la Cicogna a desinare.

Il pranzo fu modesto e poco ricco,

anzi quasi non c'era da mangiare.

Tutto il servizio in ultimo costrutto

si ridusse a una broda trasparente

servita in un piattello. Or capirete

se, in grazia di quel becco che sapete,

la Cicogna poté mangiar niente.

Ma la Volpe in un amen spazzò tutto.

Per trar vendetta dell'inganno, anch'essa

la Cicogna invitò la furba amica,

che non stette con lei sui complimenti.

La Volpe, a cui non manca l'appetito,

andò pronta all'invito.

Vide e lodò il pranzetto preparato,

tagliato a pezzi in una salsa spessa,

che mandava un odore delicato.

Ma il pranzo fu servito per dispetto

in fondo a un vaso a collo lungo e stretto.

Ben vi attingea col becco la Cicogna

per entro la fessura,

ma non così Madonna Gabbamondo,

per via del muso tondo e non ridotto

dell'anfora alla piccola misura.

A pancia vuota e piena di vergogna,

se ne partì quell'animale ghiotto

mogio mogio, la coda fra le gambe,

come una vecchia volpe malandrina

che si senta rapir da una gallina.

Vuol dimostrare questa favoletta

che chi la fa l'aspetta.


XIX - Il Ragazzo e il Maestro di Scuola

Racconto questa per mostrar d'un tale

la stupida burbanza magistrale.

Un Ragazzo, giocando al fiume in riva,

cadde nell'acqua e forse vi periva,

se non avesse un salice afferrato

che, dopo Dio, lo tenne sollevato.

Mentre nell'acqua ei sta fino alla gola,

viene a passare un maestro di scuola.

- Aiuto, aiuto! - grida quel che annega.

Il maestro si ferma, e a lui che prega,

con una voce burbera e nasale,

gli somministra questa paternale:

- Ah scimunito, ah sciocco, ah babbuasso!

Guarda dove si caccia il satanasso.

Andate pure a prender dell'affanno

per questi tristi, oh sì, che vi faranno

morir tisici! ah poveri parenti

a cui tocca di questi malviventi!

Ah i tempi tristi, oh i figli traditori... -.

E quando ebbe finito, il tirò fuori.

Quanti non sono al mondo altri pedanti

e brontoloni e critici ignoranti,

razza dotta più in chiacchiere che in scienze,

che Dio conserva a nostra dannazione!

In ogni cosa, a torto od a ragione,

bisogna ch'essi sputino sentenze.

Prima di pena tirami, se puoi,

il bel discorso lo udiremo poi.


XX - La Gallina e la Perla

Razzolando, una Gallina

una Perla ritrovò,

una perla vera e fina

che all'orefice portò,

giudicando con ragione

che una perla alla fin fine

non è poi quel tal boccone

che conviene alle galline.

Tal e qual quell'ignorante,

che uno scritto ereditò,

di buon cuor con un sonante

ducatone barattò,

giudicando con ragione,

anche lui, che all'occorrenza

un sonante ducatone

vale tutta la sapienza.


XXI - I Calabroni e le Api

Era sorta fra l'Api e i Calabroni

per un favo di miel una gran lite,

di cui volevano essere padroni

d'ambo le parti e con furore tale,

che infine il grande affare

d'una Vespa fu tratto al tribunale.

La Vespa non sapea che giudicare.

Intorno al miel alcuni testimoni

dicean d'aver veduto bestie alate

giallo-nere, ronzanti e fusolate,

ma in queste condizioni

potevan esser api e calabroni.

Torna la Vespa allora a investigare,

interroga un intero formicaio,

ma le cose non restano più chiare.

Allor disse una Pecchia: - O non vi pare

che duri già da un pezzo questo guaio?

Il miele va in malora e a danno nostro;

ché mentre noi spendiamo in bollo e in tassa,

in carta, in procedura ed in inchiostro,

del nostro miel è il giudice che ingrassa.

Andiam invece ed api e calabroni

a lavorar nell'orto,

e le case ed i favi più ben fatti

indicheranno la ragione e il torto -.

Naturalmente dissero di no

i Calabroni, e il miele

alle Pecchie la Vespa giudicò.

Magari si facesse ogni processo,

come dicon che facciano in Turchia,

senza tutta la lunga litania

di spese e ciarle inutili d'adesso!

Il buon senso val più di tutti quanti

i codici, o, sofferto strazi e croci,

il giudice di solito ha le noci,

e non restan che i gusci ai litiganti.


XXII - La Canna e la Quercia

Disse la Quercia ad una Canna un giorno:

- Infelice nel mondo è il tuo destino:

non ti si posa addosso un uccellino,

né un soffio d'aria ti svolazza intorno,

che tu non abbia ad abbassar la testa.

Guarda me, che gigante a un monte eguale,

non solo innalzo contro il sol la cresta,

ma sfido il temporale.

Per te sembra tempesta ogni sospiro,

un sospiro a me sembra ogni tempesta.

Pazienza ancor, se concedesse il Cielo

che voi nasceste all'ombra mia sicura:

ma vuole la natura

farvi nascer di solito alla riva

delle paludi, in mezzo ai venti e al gelo.

- La tua pietà capisco che deriva

da buon cuore, - rispose a lei la Canna. -

Il vento che mi affanna

mi può piegar, non farmi troppo male,

ciò che non sempre anche alle querce arriva.

Tu sei forte, ma chi fino a dimani

può garantirti il legno della schiena? -

E detto questo appena,

il più forte scoppiò degli uragani,

come il polo non soffia mai l'uguale.

La molle Canna piegasi,

e resiste la Quercia anche ai più forti

colpi del vento, per un po', ma infine

sradica il vento il tronco,

che mandava le foglie al ciel vicine,

e le barbe nel Regno imo dei morti.


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