Favole di Jean La Fontaine

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Favole di Jean La Fontaine

LIBRO DECIMOPRIMO

I - Il Leone

Il sultano Leopardo, in illo tempore,

a furia di confische,

aveva molti cervi e molti buoi

ed infinite pecore

radunati nei boschi e parchi suoi.

Un dì sente che nato era un Leone

nella vicina selva.

Per fare i complimenti d'occasione

un suo visir chiamò

navigato nell'arti diplomatiche,

e a lui vecchio Volpone

così, dicon, parlò:

- Tu temi, amico, il lioncel qui accanto,

ma morto il padre suo, confesso il vero

ch'io non lo temo tanto.

Anzi dirò che il povero orfanello

mi fa quasi pietà,

ché in mezzo ai tanti imbrogli dell'impero,

non che nuocere agli altri avrà di grazia

se a tempo ai fatti suoi provvederà -.

Visir Volpone un po' scosse la testa,

poi disse: - Mio padrone,

confesso il ver, non ho la compassione,

per simili orfanelli, che tu senti:

ma dico che bisogna o comprar questa razza

nemica, o meglio ancor, se credi,

prima che forti metta l'unghie e i denti,

levarsela dai piedi.

E dico ancor che giova il farlo presto,

perché, se il mio pronostico non sbaglia,

questo Leon terribile in battaglia

sarà il più forte eroe de' pari suoi.

L'amicizia tu comprane, se vuoi,

o se non vuoi, provvedi

a toglierlo dai piedi -.

Così il visir, ma fu fiato sprecato.

Il Sultano dormì sul suo pericolo

e dormirono i suoi, bestie e non bestie,

finché il Leon fu grosso diventato.

Un giorno a un tratto romba

nell'aria un suon di tocsin, e rimbomba

un grido di spavento.

Si consulta il visir. - Ecco il momento, -

risponde, - che vi avea pronosticato.

Non c'è rimedio, invano

da cento parti e cento

corrono a voi. Qual più gente possiede

colui è più da' suoi nemici avvolto

che tutti voglion essere pagati

e si pagan di pecore e castrati.

Fate la pace col Leon, che tutti

vince in valor gl'inutili alleati

che vivono di noi.

Coraggio, forza, astuta vigilanza

ecco gli aiuti suoi.

A lui gettate subito un boccone,

e se non basta un quarto di montone,

datene due, date del grasso bue,

scegliendo il più pasciuto dell'armento,

così con uno ne salvate cento -.

Offese il sentimento nazionale

un tal consiglio e intanto

soffriron poco o tanto

tutti gli stati e guadagnò nessuno.

Tutti fûr vinti e comandò quell'uno

ch'essi temean terribile animale.

Se voi lasciate crescere il potente,

fatelo amico - e questa è la morale.


II - Gli Dèi vogliono istruire un figlio di Giove

(Al signor duca del Maine)

Di nulla sente amor la fanciullezza,

ma dié sublimi prove

dell'alma sua divina

nell'amor, nel piacer, nella dolcezza,

un figliolin di Giove.

In lui l'amor e insieme la ragione

precorrevano il tempo, il tempo, ahimè!

che ha l'ali preste e porta ogni stagione

fin troppo presto a me.

Flora, la bella dea dagli occhi belli,

e dalle grazie care,

a lui l'arte d'amare

ecco gl'insegna e non tralascia nulla.

Pianti, sospiri e tenerezze e dolce

soavità che il cor agita e molce

tutto insegnò l'amabile fanciulla,

e tutto apprese il giovincel divino,

a cui diede il destino

e mente e cor e nobili costumi,

che i figliuoli non han degli altri numi.

Costui sì bene dell'amor la scienza

trattò, che avresti detto

ch'era in lui questïon d'esperienza,

tanto pareva nell'amor perfetto.

Ma Giove, a cui sta a core

dare al fanciullo un po' d'educazione,

fa raccoglier gli Dèi e: - Amici, è vero, -

dice, - che il mondo intero

ho guidato fin qui solo padrone,

ma per questo figliol, ch'è sangue mio,

io voglio ch'ogni dio,

poiché il bambin è del mio sangue nato,

m'aiuti a farlo dotto e scozzonato.

Per meritar la stima de' suoi pari

bisogna ch'egli impari, o finga, in tutto

d'essere bene instrutto -.

Appena Giove ebbe finito, un grande

schiamazzare per l'etere si spande.

- A me l'onor, - subito grida Marte, -

d'insegnargli dell'armi il gioco e l'arte,

per cui tanti mortali e invitti eroi

seggono ancor fra noi.

- A lui sarò maestro di chitàra, -

soggiunse il biondo ed erudito Apollo.

Quel dio, che tiene d'un leone al collo

la pelle, aggiunse: - Alla tua prole cara

io forte insegnerò

come domar si può

le sue passioni e vincere

le più feroci ambasce

e l'idra che rinasce

sempre nel cor. Vedrà

che per sentier insolito,

per infinite asprezze

e non fra le carezze

alla virtù si va -.

Sorse Cupido: - Ed io, -

disse d'amore il dio, -

tutto gl'insegnerò, che tutto apprende

ardente cor ch'ha di piacer desio.


III - Il Castaldo, il Cane e la Volpe

Si narra che una Volpe delle fini

solesse venir spesso per rubare

dentro il cortile d'una fattoria.

(Lupi e Volpi non son cari vicini

e accanto a casa loro, in fede mia,

andrei malvolentieri a fabbricare.)

Venìa la Volpe, ma con suo dispetto

ai polli non potea fare il colpetto.

Tra il pericolo posta e la gran fame

di dentro si rodeva.

- Il padrone, - diceva, - il vecchio infame

dell'arti che ogni notte invento ed uso,

e delle mie fatiche

seguita sempre a ridermi sul muso.

E mentre io corro e fuggo

e di fame mi struggo,

egli cangia i capponi e le pollastre

in soldi buoni e in piastre.

Mentr'ei ne tiene una fila impiccata,

io vecchia giubilata

salto di gioia e ballo

se acciuffo un vecchio gallo.

Perché dunque chiamasti, o sommo Giove,

la figlia tua di volpe alla missione?

Ah! giuro per Plutone

e per il ciel che ci vedremo altrove -.

Questo premendo in cor odio tremendo,

mentre va di papaveri spargendo

Morfeo l'umida notte,

mentre il padron dormia,

e dormivano in casa i servi, il cane,

polli, galli, capponi in compagnia,

nessun s'accorse - e fu non poco errore -

che aperta era la porta per di fuore.

La Volpe gira tanto, che alla fine

trova la breccia aperta.

Entra e ti fa tal strage di galline,

che tutta a sangue va

la povera città.

Allo spuntar del sol

oscene salme gli accorrenti videro

ed ossa e carni palpitanti al suol.

A tanto orror poco mancò che il Sole

non tuffasse i cavalli in fondo al mare.

Oh avessi le parole

di colui che d'Apol l'ira descrisse,

quando tutto l'esercito trafisse

dei Greci e fe' volare le saette

di fatal morbo infette,

onde uccise le schiere a cento a cento

in una notte il divo arco d'argento!

Tal intorno alla tenda

fe' di pecore e buoi la strage orrenda

il furibondo Aiace,

credendo vendicar sugli animali

l'ingiurie dei rivali

che negate gli avean l'armi di Achille.

Questa Volpe di lui non meno audace

abbatte, uccide, piglia

e i miseri scompiglia.

Quando venne il padron, secondo il solito

prese a gridar coi servi e poi col Cane:

- O bestia maledetta, o bestia stupida,

buona a mangiar del pane,

perché non abbaiar, non dare un segno?

- Se voi, signori miei, - dice la bestia, -

padrone e servitori, a cui conviene,

invece di dormir come di solito

vi foste tolta un poco la molestia

di chiuder l'uscio bene,

avreste fatto meglio. A me che importa

(che senza guadagnar ci perdo il sonno)

se chiusa oppure aperta sia la porta? -

Questo discorso tutto a fil di logica

avrebbe fatto onore

non solo a un can, ma a un dotto professore.

Ma siccome non era infin che un cane,

in mezzo lo pigliarono

e finiva il meschin di mangiar pane.

Io parlo a te, buon padre di famiglia

(onor che non t'invidio),

guarda cogli occhi tuoi

ciò che salvar tu vuoi.

Non credere che mentre dormi in letto

altri chiuda per te l'uscio e l'armadio.

Se proprio la tua casa ti sta a petto,

chiudi gli occhi per l'ultimo e procura

di non fare mai nulla per procura.


IV - Il sogno d'un abitante del Mogòl

Un tale nel Mogòl, narra la storia,

fe' un sogno e vide in cielo un gran bascià

beato in braccio dell'eterno gaudio.

Poi si cangiò la scena e un po' più in là

vide in mezzo alle fiamme un vecchio monaco

dannato, che facea proprio pietà.

Gli parvero due casi un poco insoliti

e strani, a men che il giudice Minosse

non avesse stavolta preso un gambero.

Tanta fu la sorpresa, che si scosse:

e pensando sul sogno, ad un astrologo

chiese se aveva un senso e quale fosse.

L'astrologo rispose: - La mia pratica

mi dice che c'è un senso anche qui sotto.

I sogni son del ciel spesso gli oracoli.

In vita questo gran bascià corrotto

cercava spesso la pia solitudine:

e allora questo monaco bigotto

andava a fargli una gran corte, ed eccoti,

amico, la ragione

per cui giace dannato in perdizione -.

Se osassi un motto aggiungere a questa favoletta,

vorrei di solitudine spiegare i dolci incanti.

Essa a' suoi cari amanti

offre una guida amabile, pronta, sincera e schietta

e beni che fioriscono a' piedi lor davanti.

O dolce solitudine, o luoghi ov'io trovai

dolci e segreti amori,

potessi ancor lontano dal mondo e dai rumori

goder l'ombre ed i freschi soggiorni e i chiusi asili

dei boschi, senza guai!

Quando verranno ancora le muse mie gentili

lontano da cittadi, lontano dalle corti,

ad indicarmi in cielo i nomi delle belle

e vagolanti stelle,

da cui sul capo agli uomini si ordiscono le sorti?

Che se nato a risolvere non son gli alti quesiti,

oh almeno qui m'inviti

lo specchio dei torrenti,

e sui fioriti margini

alzi i soavi accenti!

Di fili d'or le Parche non tesseran la trama

della mia vita e all'ombra non dormirò di fino

e ricco baldacchino,

ma non minor è il prezzo di queste alme delizie

per chi tesor non brama.

Beata solitudine, sola beatitudine,

qui voglio alla mia Parca

far sacrifici, e quando comanderà la Sorte

ch'io scenda di Caronte nella sdruscita barca,

me d'ogni affanno sciolto

nudo accorrà, ma libero

il regno della morte.


V - Il Leone, la Scimmia e i due Asini

Poi che l'arti di regno e la morale,

onde meglio dei popoli si regge

la sorte, vuol conoscere il Leone,

fa chiamare al cospetto suo regale

un Bertuccion, maestro in diplomatica,

che tosto prende a dire:

- Innanzi tutto, per regnar, o Sire,

con onestà, conviene

sempre posporre il proprio all'altrui bene

ed ascoltar del popol l'opinione,

frenando il gioco e il foco

di quell'amor di sé, che d'ogni male

è il padre naturale.

Non chiedo io già che vostra Maestà

rinunci al suo valore,

cosa assurda o che almeno non si fa

in pochi giorni e in ore;

ma ben è forza moderar se stessi

e non offrire in sé

nulla d'ingiusto, nulla di ridicolo

e che non sia da re -.

Al re, che dimandò di queste cose

qualche parlante esempio,

il Bertuccion rispose:

- Ridicola si mostra

quella gente che tutti gli altri sprezza

e sé soltanto apprezza.

(E pecca spesso in ciò la razza nostra.)

L'amor di sé, mentre solleva al settimo

ciel la nostra persona,

agli altri non perdona.

Ond'io traggo che al mondo

certi talenti in fondo

all'arte si riducono

di saper darla a bere.

Il tuo sapere

per quest'arte difficile

a poco giova,

ma son gli sciocchi e gli asini

che fan la miglior prova.

Di due Asini scempi e babbuassi

seguendo l'altro giorno dietro i passi,

udii che s'incensavano fra loro.

Diceva l'un: "Signore, non vi pare

ingiusto, sciocco e indegno del decoro

che ad asini si deve,

questo rider di noi, questo sparlare

che fa l'uomo di noi? Non c'è persona

per quanto bestia, stolida, scioccona

a cui l'uomo dell'asino non dia

il nome con pochissimo rispetto.

Quest'animal si stima il più perfetto

di tutto il mondo e con superbia chiama

ragliar il nostro ridere e ragliare

il nostro bel parlare.

Bella superbia! e forse non sorpassa

il ragghiamento il cicalar che fanno

tanti avvocati e rètori?

Non ti curar di lor ma guarda e passa.

Andiam d'accordo, amico. Oh! s'io vi ascolto

della vostra armonia divento pazzo,

e Filomela al paragon (che tanto

famosa va nel canto)

è una mezza corista da strapazzo.

Ma voi, ma voi per questi orecchi fini

vincete Niccolini".

A questi elogi l'asino fratello:

"Signor", risponde, "voi non siete meno

di me valente e bello".

E questi due, grattandosi a vicenda,

più valenti credendosi e più scaltri,

passeggiando su e giù per la città,

disprezzavano il merito degli altri.

Conosco molti ancora e non fra gli asini,

ma fra le più distinte intelligenze,

che non contenti d'essere Eccellenze

vorrebber diventare Maestà.

E ne direi di più, Sire Leone,

ma spero nella vostra discrezione.

Questi sono gli esempi più ridicoli

che voi mi avete chiesto.

In quanto a quel che degl'ingiusti tocca

si andrebbe per le lunghe ed acqua in bocca -.

Il nostro Bertuccione molto istrutto

capì tosto che questo

era a toccar un tasto delicato.

Il prence era un leone

ed ei non era sciocco dopo tutto.


VI - Il Lupo e la Volpe

Pel vecchio Esopo, sola

la Volpe è mariola

e d'ogni furberia grande maestra.

Per conto mio non vale

men ogni altro animale

(compreso il Lupo) in furberia, per poco

che sia la vita in gioco.

Ma questa volta ancor tra l'uno e l'altra

la Volpe fu più scaltra.

Una Volpe una sera vide in fondo

d'un pozzo il bianco cerchio della luna,

e la pigliò per un formaggio tondo.

Eran sospese al pozzo per fortuna

due secchie, che scendevano a vicenda,

e la Volpe, sedendo in fondo ad una,

vi si lasciò calar; ma la faccenda

divenne brutta, quando giunta in fondo,

dell'illusione le cascò la benda.

Perché come salir nel chiaro mondo,

se non venìa qualche altro che credesse

per appetito quel formaggio tondo,

e che nell'altra secchia discendesse?

Due giorni stette dentro al buco nero

senza che un nero cane la vedesse.

Il tempo, che fa sempre il suo mestiero,

andava intanto trasformando il volto

di quell'astro d'argento lusinghiero.

Pensate or voi se l'animal sepolto

dovea soffrir di fame e di dispetto

in bocca a un pozzo e in una secchia colto.

Quando venne a passar, forse costretto

dalla gran fame, il Lupo, e si fermò

a contemplar quel luccicante oggetto,

la Volpe: - O camerata, - a lui gridò, -

vedi tu questa cosa un po' lucente?

È un formaggio che Fauno fabbricò:

un formaggio divino ed eccellente

fatto col latte d'Io, vacca famosa:

e Giove, quando fosse un po' soffrente,

se mangiasse un pochin di questa cosa,

sarebbe in un momento risanato,

tanto è squisita e tanto è appetitosa.

Io stessa n'ho uno spicchio rosicchiato,

lo vedi, ma ne resta, se lo prendi,

ancora un bel boccone prelibato.

Ho lasciata una secchia: orvia, discendi -.

E il Lupo, che credette al Suo buon cuore,

discese e col suo peso, tu comprendi,

che la Volpe dal pozzo trasse fuore.

Non ridiam, ché sovente a noi succede

di mangiar del formaggio anche peggiore.

Che facilmente l'uom di buona fede

da ciò che lo lusinga o lo spaventa

si lascia affascinar e spesso crede

nel dïavolo stesso che lo tenta.


VII - Il Contadino del Danubio

Un buon consiglio ch'ha la barba grigia

è di non giudicar sull'apparenza.

Del pipistrello già contai la favola

per meglio dimostrar questa sentenza;

ma posso anche citare Esopo e Socrate,

gente conosciutissima, mi pare,

e insieme raccontare

ciò che da Marco Aurelio si descrive

d'un rustico villan che del Danubio

viveva sulle rive.

Ispida e folta la gran barba scende,

e il pel, che tutto prende il collo e il torso,

lo rassomiglia a un orso mal leccato.

Sotto un ciglio più nero del carbone

losco lo sguardo; il naso sgangherato,

le labbra enfiate e addosso un zimarrone

di pel di capra e giunchi alla cintura...

Ecco dell'uom la nobile figura.

Questo superbo arnese

mandaron deputato

alcune cittadelle del paese

che l'Istro bagna, per alzar la voce

contro l'ingorda, atroce

avarizia fiscale dei Romani,

che in ogni parte ormai mettean le mani.

Viene e comincia l'orso

a fare il suo discorso:

- Romani e voi, padri coscritti, udite.

Invoco ai detti miei

propizi prima gl'immortali dèi,

perché non esca dal mio cor un segno

che sia di me, che sia di voi men degno.

Se non parlano i Numi in fondo al core,

ingiustizia vi parla, odio, furore.

E noi sappiamo, ahi miseri! che senza

le sante leggi ogni virtù non vale,

ché sui delitti nostri è la potenza

degl'inimici fabbricata e scende,

istrumento del ciel, Roma fatale,

che coll'avida man tutto ci prende.

Ma vi pigli, o Romani, alto sgomento

che non venga per Roma anche il momento

in cui rovesci il ciel sul vincitore

di tanti vinti il pianto ed il dolore!

Non temete che il ciel ritorca queste,

che voi stringete, per punir funeste

armi sui petti vostri,

e per la man di schiavi vi dimostri

la sua vendetta e l'ira?

Perché siam fatti servi?

Qual forza o qual destino

vi fa tanto protervi?

Perché sull'universo solo a voi

dato è un poter che non è dato a noi?

I nostri campi in pace

noi sempre coltivammo e l'arte e i cari

affetti pria che un popolo rapace

ci togliesse ai tranquilli focolari.

Se i popoli germani,

come da voi s'insegna,

a depredar stendessero le mani,

avrian sul mondo stesa la potenza

della tedesca insegna,

e l'armi anch'essi, come voi, ma senza

ferocia e avidità.

Dei proconsoli vostri al cielo grida

ormai la crudeltà,

che i sacri altari e gl'Immortali sfida.

Mercé vostra, gli dèi non altro mirano

che stragi ed ignominie

e feroci rapine e sprezzo e scempio

di lor, dei templi loro.

Nulla basta a placar questa dell'oro

romana fame, non la terra e l'aspro

degli uomini lavoro.

Oh cessi alfin questo flagel! togliete

questi avidi ladroni,

che già troppo sfruttar dei nostri buoni

popoli i campi, o noi lasciam le mura

delle città, lasciamo

i campi tutti e sui monti fuggiamo

e nelle dense selve

tra men feroci belve,

stanchi di procrear figli, che Roma

uccide, vende, doma.

Presto di vita privi

anche i nostri vedrem figli mal vivi,

ché spinge noi la vostra mano impronta

a far seguire anche il delitto all'onta.

Richiamate i carnefici, o Romani,

che sol dei vizi e di mollezza il culto

diffondono tra i popoli germani,

o voi vedrete scotere la soma

questa gente mal doma e dar spettacolo

sol di rapine onde famosa è Roma.

Invan giustizia con argento ed oro

e con preziose porpore

invocammo più volte da costoro.

Che in mille avvolgimenti

delle leggi si perde anche il decoro.

Che se la voce mia chiara ed aperta

a molti fia savor di forte agrume,

a me togliete il lume

del giorno e fine alla pietosa sorte

ponete colla morte -.

Ciò detto, egli si prostra

in terra e stanno attoniti i Romani,

pensando il cor magnanimo ed il fiero

parlar dell'uom selvatico e sincero,

che tanta forza ed eloquenza mostra.

Sola vendetta e di Romani degna

fu di patrizio a lui data l'insegna,

poi, scelti nuovi magistrati, esempio

agli oratori nostri, dal senato

fu il bel discorso scritto e celebrato.

Ma questa natural arte nel colto

popol di Roma non rimase molto.


VIII - Il Vecchio e i tre Giovinetti

- Piantar, ad ottant'anni

piantar, non è da matto?

Pazienza se una fabbrica,

buon vecchio, avessi fatto.

Ma qual vantaggio o frutto

speri ritrar da questo

lavor senza costrutto? -

Così dicean tre giovani

a un vecchierello onesto.

- Campassi anche la vita

dei vecchi patriarchi,

d'un avvenir t'incarchi

lontano e che giammai

pur troppo non vedrai.

Sgombra dal cor gl'inutili

pensieri, - aggiunser poi, -

questo conviene a noi.

- A voi tanto conviene

come conviene a me, -

rispose il vecchio, - e regola

sicura ancor non c'è.

Di noi chi vedrà l'ultimo

la volta ampia del cielo?

Le vecchie Parche ridono

di me come di quanti

son giovani e prestanti.

La vita è un vaso fragile,

che dura fin che dura,

ed alla vostra età

chi, amici, vi assicura

dell'ora che verrà?

Il fabbricar richiede

tempo e poi dura poco.

Io pianto, e a lieto gioco

di questo tiglio al piede

verranno i figli un dì

de' figli miei. Provvede

il saggio nell'altrui

il suo piacer così.

Quello che provo è un vero

piacer che da quest'albero

io già raccolgo, e spero

di cogliere dimani

ancor colle mie mani.

Nessuna meraviglia

se poi vedessi ancora

tornar sul vostro tumulo

più d'una bella aurora -.

Il vecchierel sapiente

ahimè! non s'ingannò.

Dei tre valenti giovani,

tornando dall'America,

il primo si annegò.

L'altro, non meno ardente

d'onor, per la sua patria

pugnando, entro la mischia

d'un colpo al suol restò.

Salito in cima a un albero,

incespicando il terzo,

il capo fracassò.

Li pianse il vecchio e scrivere

fece per pia memoria

sul desolato tumulo

questa morale istoria.


IX - I Topi e il Gufo

Non bisogna creder mai

di contar cose sublimi

alla gente.

Come vuoi che ognuno estimi

egualmente

tutto ciò che tu dirai?

Una prova assai sincera

noi l'abbiamo in questa istoria,

che sembrar può inverosimile

ed è vera.

Abbattevano un pin, vecchio palazzo,

asil oscuro e tristo

a quell'uccel che d'Atropo

è messaggier sinistro.

E dal suo vecchio tronco rosicchiato

dal tempo, insiem a molti altri inquilini,

grassi, rotondi uscirono,

ma coi piè mozzi, alcuni topolini.

Il maledetto Gufo avea col becco

mutilate le bestie e le nutria

di gran, di pan, di briciole,

in casa con squisita cortesia.

La brutta bestia in altre circostanze

avea veduto i topi prigionieri,

se appena lo potevano,

dalla prigion scappare volentieri.

Onde trovò il rimedio,

man man che ne pigliava sulla via,

di romperne le gambe e poi con comodo

mangiarli e così via.

Non si voleva prendere l'affanno

di mangiarli in un giorno, ed anzi il caso,

oltr'essere impossibile,

poteva alla salute esser di danno.

Dié segno dunque d'una previdenza,

che non si dà l'eguale, sto per dire,

neppure in mezzo agli uomini.

Pei topi fu una mezza provvidenza:

ché li serviva a tavola

con tanta carità, che a un cartesiano,

per cui tutto non è che un meccanismo,

dovea parer quel Gufo un poco strano.

Se non era ragion che consigliavalo

ad ingrassar quei topi nella stia

e a romperne le gambe,

non so più la ragion che cosa sia.

Ei pensava così: - Poiché mangiarli

non posso in una volta ed essi scappano,

pel pranzo di dimani

bisogna ben ch'io pensi a conservarli.

Però togliendo ai topolini i piedi,

o saggio Gufo, al caso tuo provvedi -.

Dite voi se Aristotele ed i sui

ragionavano meglio di costui.

Epilogo

Alla riva così d'un'onda pura

la Musa nel linguaggio degli dèi

tradusse ciò, che gli animali miei

innanzi al cielo esprimono

colla rozza favella di natura.

Interprete di popoli diversi

io li feci parlar, come si vedono

sulla scena gli attori, entro i miei versi.

Non c'è cosa nel mondo e in ogni sfera

che non ragioni nella sua maniera.

E se vi par che parlino le cose

più ch'io non sappia interpretar col canto,

almen dato mi sia

questo modesto vanto

d'aver sgombrata la novella via.

All'opra altri potran con abil mano

e delle Muse col favor gentile,

con nuovi modi, ch'ho tentato invano,

aggiungere splendor ed alto stile.

Ma ben altri argomenti intanto a voi

costringono la mente:

che mentre questa mia Musa innocente

traversa l'acque in piccioletta barca,

Luigi il gran Monarca

pon fine all'ardue imprese

che già stancaro i più famosi eroi.

Se queste canterà Musa più forte,

il Tempo e insieme vincerà la Morte.


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