Favole di Jean La Fontaine

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Favole di Jean La Fontaine

LIBRO SECONDO


I - Contro gl'incontentabili

Se avesse al nascer mio Calliope istessa

presieduto, e parlasse in me la Musa,

ancora io canterei queste d'Esopo

belle menzogne, ché fu sempre il verso

in tutti i tempi alla menzogna amico.

Ma non mi credo già tanto ad Apollo

prediletto, ch'io possa all'argomento

fornir pregio e splendor. Chi sa lo faccia.

Intanto io mi contento e voce e senno

dar, non solo alla Volpe ed all'Agnello,

ma le piante ed i fior parlano anch'essi,

come tocchi da magica verghetta.

- Son bagattelle da ragazzi, - esclamano

alcuni saggi critici, a cui piace

il fatto autenticato in alto stile. -

Son bagattelle rivestite a nuovo -.

Critici miei, volete udir solenni

cose a suono di tromba? Eccone un saggio:

"Da cinque e cinque ormai si combattea

anni d'intorno alla superba Troia,

e da mille battaglie affaticati

cedeano il campo i coturnati Achei,

allor che da Minerva escogitato

sorse un cavallo di gran legno intesto,

nuovo e fatale inganno. Entro suoi fianchi

l'astuto Ulisse e Diomede il forte,

Aiace ed altri cento armati eroi

s'appiattarono, e tratti entro le mura,

le case e i templi rovinar di Troia.

Così l'inganno lungamente ordito

pagò dei Greci la costanza...".

- Oh basta! -

sento gridarmi da un moderno autore.

- Troppo lunga è la frase, or tira il fiato.

Un cavallo di legno e tutti questi

armati eroi mi sembran fanfaluche,

non meno che veder gabbato il Corvo

da monna Volpe. A te male si addice

di scrivere in codesto epico stile -.

Ebbene, se volete un altro tono

più mellifluo sentir, statemi attenti:

"Pensa ad Alcindo la gelosa Eurilla,

e di sue pene testimonio intorno

non crede aver che il cane e le pascenti

sue pecorelle: ma tra i salci e l'erba

ecco Tirsi si avanza, e della bella

ode i sospir ch'essa confida al vento,

perché li porti al disperato amante...".

- Oh basta, basta! - grida il mio censore. -

Non ci si sente quel sapore classico

in questi vostri mal torniti versi,

che dimandan l'incudine e la lima -.

E non potrò cantar dunque a mio senno,

o maledetti critici? - È da matto

il voler far la pappa a tutti i gusti.

Ah disgraziati i troppo delicati

per cui cibo non v'è che li contenti!


II - Il Consiglio dei Topi

Un Gatto, che diceano il Mangialardo,

facea dei Topi un così gran macello,

e tanti nell'avello

n'avea sospinti e sbigottiti tanti,

che i pochi vivi ancora

non osavano il muso cacciar fuora.

Quatti nei buchi sen morian di fame,

tanta paura avean di quel, non gatto,

ma carnefice infame.

Un giorno tuttavia, colto il momento

che il gatto andò a far visita all'amante

e stette in alto tutta la giornata,

si radunano i Topi a parlamento.

Il presidente, ch'era una persona

di gran senno, propose, e parve bello

a tutti il suo consiglio,

che si attaccasse al gatto un campanello,

un campanel che suona

e dia l'avviso ai Topi di fuggire,

quando il nemico accenna di venire.

- Bravo, bene, benissimo! - Ciascuno

approva la mozione.

Ma quando si trattò di sceglier quello

che attaccare doveva il campanello,

non si trovò nessuno.

O fossi matto... io no... fossi corbello...

Vedendo ch'era chiacchiera perduta,

il presidente leva la seduta.

Ho veduto qualche altro parlamento,

(non di topi) e qualche altra commissione

che venne alla precisa conclusione.

A ciarlar son bravi in cento,

ma diverso è ben l'affare

quando trattasi di fare.


III - Il Lupo e la Volpe davanti al Tribunale della Scimmia

Un Lupo, che accusò di ladreria

una Volpe birbona sua vicina,

o vera o falsa che l'accusa sia,

davanti al tribunal d'una Bertuccia

senza tanti avvocati la trascina.

A memoria di scimmia imbroglio simile

giammai non s'era visto, anzi si dice

che a distrigare il bandolo,

la Bertuccia sudò quattro camicie.

Dopo molte proteste e grida e repliche,

il giudice, ch'è vecchio del mestiero,

- Basta, - risponde lor, - o falso o vero,

pagate entrambi e che la sia finita.

Tu, Lupo, paga, perché fai figura

d'accusator bugiardo,

e tu, perché sei ladra di natura -.

Pensò la Scimmia, a torto od a ragione,

che il luogo dei birbanti è la prigione.


IV - I due Tori e la Rana

Una Rana, vedendo che due Tori

per conto d'una Vacca erano in guerra

- Mi seccano, - esclamò, - questi signori.

- Perché? - le chiese allor dei gracidanti

qualcuno. - A te che importa,

se fra loro s'infilzano gli amanti?

- Vedrai che il toro vinto e discacciato, -

rispose ella al compagno, -

pien di stizza verrà dal suo bel prato

a medicar le piaghe nello stagno.

E allor, amico, addio!

Coi piè guazzando in mezzo della lama,

a conto di madama,

saremo noi che pagheremo il fio -.

Né poteva succedere altrimenti;

ché il Toro venne e non moveva un passo

senza far delle rane un gran sconquasso.

In men d'un'ora ne schiacciava venti.

Si vede già da un pezzo,

che se i grandi commettono pazzie

sono i piccini che ne van di mezzo.


V - Il Pipistrello e le due Donnole

Un giorno un Pipistrel dié nella tana

d'una feroce Donnola,

che aveva antica ruggine

coi topi, e che a momenti me lo sbrana.

- Eccome! - dice, - ed osa dopo tanti

misfatti uno di voi venirmi avanti?

Se tu sei topo, guarda, io son faina.

- Dimando grazia a Vostra Signoria, -

rispose a lei quell'anima tapina, -

ma un topo io non so manco cosa sia.

Io sono Uccello e, grazie a Dio che fece

il mondo tutto colla sua parola,

volo coll'ali mie. Viva chi vola! -

E tante cose aggiunse e tanto belle,

ch'ebbe la grazia di salvar la pelle.

Tre giorni dopo cade il martorello,

per suo destin fatale,

nell'ugne d'una Donnola, terribile

nemica degli uccelli in generale,

che col suo muso lungo in un momento,

pigliandolo, s'intende, per uccello,

l'avria mangiato senza complimento.

- T'inganni grosso, - a lei grida il cattivo, -

e dove son le penne

che forman degli uccelli il distintivo?

Son Topo, evviva i topi,

e morte al gatto, io grido, e a chi l'ha fatto -.

E la sua parte tanto ben sostenne,

che un'altra volta la scampò a buon patto.

Molti son che con quest'arte

han trovata la maniera

di tirar la sorte a sé.

A seconda della parte

hanno pronta una bandiera.

Oggi: Viva la Repubblica!

E dimani: Viva il Re.


VI - L'Uccello ferito

Ferito mortalmente in mezzo al core

imprecava un Uccello all'aspra sorte.

E diceva, inghiottendo il suo dolore:

- A noi noi stessi procacciam la morte!

ché non sarìa così presto e fatale,

se delle nostre penne

non rinforzasse il cacciator lo strale.

Razza crudele! ci consola in fondo

il veder questa gente altera e scaltra,

che, da che mondo è mondo,

una metà sempre distrugge l'altra -.


VII - La Cagna e la sua Compagna

Già presso a partorir era una cagna:

non sapendo ove mettere il fardello,

si pose a supplicare una compagna,

che volesse prestarle il suo casello.

In capo al tempo, torna la comare

e chiede il letto. Astuta la vicina,

or che i figli non sanno camminare,

le chiede in grazia un'altra quindicina.

Quando ancora tornò la bestia stolta,

disse l'amica, digrignando i denti:

- Cacciane via, se ardisci, questa volta, -

e mostra i figli suoi grossi e valenti.

Se presti ai birbi, lascia la speranza

di ripigliar il tuo per quanto faccia;

da' loro un dito sol di padronanza,

ne piglieranno subito tre braccia.


VIII - L'Aquila e lo Scarabeo

Compar Coniglio un giorno fuggiva pancia a terra

dall'Aquila terribile:

e vista sulla strada d'un Scarabeo la tana,

dentro vi si cacciò.

L'altra dietro gli serra

rapidissimamente, e sopra gli piombò.

- Regina degli uccelli, -

così pregò con supplici voci lo Scarabeo,

- per Dio, lascialo stare,

unisco anch'io le mie alle preghiere sue,

è un dolce mio compare,

lascialo stare o almeno pigliaci tutt'e due -.

Ma l'Aquila coll'ala al povero babbeo

un grande colpo schiocca,

poi preso il suo Coniglio, via se lo porta in bocca.

Allor giura vendetta l'offeso Scarabeo,

che subito dell'Aquila il caldo nido trova

e tutte le fracassa, mentr'ella è assente, l'ova.

Quando tornò la misera, e vide accanto all'uscio

le sue speranze in terra e non più salvo un guscio

de' suoi teneri figli,

gettando alto lamento,

invan cerca di stringere il reo dentro gli artigli

e pianti e grida inutili si perdono nel vento.

Madre deserta e afflitta visse la poveretta

un anno lungo. Al novo anno, del suo nemico

temendo la vendetta,

fabbrica il caro nido d'un grande albero in alto.

Ma vien lo Scarabeo, che ancor cova nel core

il vecchio suo rancore,

e un'altra volta all'ova fa far l'orrendo salto.

Questa seconda offesa suscita tanto affanno,

che quanto lungo è l'anno

l'eco di quelle selve non può chiudere l'occhio.

E quando nella nova

stagion ritorna il tempo di preparare l'ova,

di Giove al pio ginocchio

vola il celeste Uccello e colloca i piccini

presso il tonante Olimpico del trono sui gradini.

Da ciò vinto pur anco lo Scarabeo non è.

Ma vola e addosso al Nume un dì cader lasciò

un certo non so che... che ben tradur non so.

Giove, scotendo il lembo del gran mantello, ahimè!

senz'avvedersi, l'ova in terra rovesciò.

Strilla la forsennata madre e lasciar la corte

vuole del cielo e vivere

romita in un deserto. S'ingegna il padre Giove

d'intender di ciascuno il torto e la ragione,

ma visto ch'era fiato

divin quasi sprecato

tentar in fra que' due qualche conciliazione,

allora decretò:

che l'Aquila facesse solo d'inverno l'ova,

quando la coleottera razza a dormir discende

nei buchi, come fanno i ghiri e le marmotte.

Così, mentre il nemico sonnecchia nelle tende,

più non sarebber l'ova e la pazienza rotte.


IX - Il Leone e il Moscerino

- O tristo insetto, o fango della terra,

vanne lungi, - un Leon così dicea,

rivolto a un Moscherin, che rispondea

per vendicarsi e per sfidarlo a guerra:

- Pensi tu che il tuo titolo di re

possa indurre paura in un par mio,

che traggo un bue più grosso anche di te

a far come vogl'io? -.

E detto questo, soffia nella tromba,

piglia il campo, e soldato e insiem trombetta,

sopra il Leone piomba

e dapprima sul collo lo saetta.

L'occhio sanguigno, furibondo rugge,

balza punto il Leon da quello spillo,

rugge la selva, e spaventata fugge

ogni belva per colpa d'un assillo.

Quell'embrion di mosca, come dico,

le nari, il muso punge e gli occhi a caso:

la rabbia monta del Leone al naso,

e ride l'invisibile nemico.

Ride, vedendo che la bestia pazza

graffia, morde se stessa e l'aria spazza,

dimenando la coda, e si flagella

al furor che la testa gli crivella.

La grossa bestia a tanta maledetta

battaglia cade, mordendo la sabbia.

L'insetto, disfogata la sua rabbia,

come suonò la carica, strombetta

la vittoria per tutta la campagna.

Ma volle il suo destino

che desse in una ragna,

e vi lasciò la pelle il Moscherino.

Due cose sembra a me

che possa questa favola insegnare:

prima che il più terribile non è

il più grosso nemico, come pare.

E poi si può vedere

che molti, che si salvano dal mare,

affogan spesse volte in un bicchiere.


X - L'Asino carico di spugne e l'Asino carico di sale

Con gravità d'imperator romano

un asinaio, col suo scettro in mano,

guidava due corsier di Asineria;

l'uno di spugne carico, con chiasso

moveva i piè veloci:

l'altro, carco di sal, stentava il passo,

come se camminasse sulle noci.

E va per valli, e va per strade e monti,

le brave bestie arrivan finalmente

al guado d'un torrente,

che a piedi asciutti non si passa mai.

Il buon uom, che fa senza anche dei ponti,

salito in groppa a quello delle spugne,

com'era naturale,

caccia davanti l'asino del sale.

Questo, volendo far di propria testa,

dopo giri e rigiri entra in un gorgo

così fondo, che quasi mi ci resta.

Ma a furia di sgambetti, in quella piena

la bestia fece in modo,

che non sentì più peso sulla schiena.

Tutto il suo sale s'era sciolto in brodo.

Supponendo anche lui d'uscir d'affanno,

mastro spugnaio volle far lo stesso,

a guisa delle pecore

che ciò che l'una fa e l'altre fanno.

Entra nel fiume infino che gli giugne

l'acqua alle orecchie e vi bevvero in tre,

il mulattiero, l'asino e le spugne.

Ma queste spugne, ahimè!

fatte pel troppo ber troppo pesanti,

resero il bel servizio

di tirare la bestia in precipizio.

Bestia e padrone vi sarebber morti

e senza remissione,

se non li soccorrean anime buone.

A noi basta aver visto a nostra vera

istruzïon morale,

che se tutti fan tutto a una maniera,

si casca in fondo e ci si perde il sale.


XI - Il Leone e il Topo

Piccoli e grandi rendi ognun contento,

ché di tutti si ha d'uopo in questo mondo.

Di tale verità la prova è in fondo

delle seguenti favole,

ed anche in fondo a cento.

Un Topo disgraziato

cadde un dì nella zampa d'un Leone,

che volendo stavolta dimostrare,

d'esser quel re ch'egli è, lo lascia andare.

Un compenso trovò la buon'azione:

e per quanto è difficile il pensare

che d'un Topo bisogno abbia un Leone,

avvenne invece ciò che sentirete.

Uscendo un dì la belva

dalla sua selva, diede in una rete,

contro la qual non valgono i ruggiti.

Morta sarìa, se il Topo prontamente

non fosse accorso a trarnela d'impaccio;

ch'ei fe' tanto, menando intorno il dente,

che ruppe i nodi e sgrovigliò quel laccio.

Più d'ogni rabbia e d'ogni violenza,

il tempo vale e vale la pazienza.


XII - La Colomba e la Formica

L'altro caso è di bestie più minuscole.

La Colomba bevea nell'acque limpide

d'un ruscello, quand'ecco vi precipita

una Formica. Invan cerca la misera

di trarsi fuori da quel vasto oceano,

quando, tocca da gran misericordia,

la Colomba un fil d'erba le gettò,

che fu per la Formica un promontorio.

E così la meschina si salvò.

In quel mentre di là passa uno zotico

villano a piedi nudi, che di Venere

vedendo il sacro uccel, tosto d'ucciderlo

con una sua balestra meditò.

E già la mira, e nel suo cor già sembragli

d'averla bella e cotta nella pentola.

Ma in quel momento sul tallon la piccola

avveduta Formica il morsicò.

Mentre indietro a guardar egli volgeasi,

la Colomba ebbe tempo di fuggirsene.

E la cena così fuor della pentola

col piccione nell'aria svaporò.


XIII - L'Astrologo che casca nel pozzo

Un giorno un certo Astrologo andò a cascar nel fondo

d'un pozzo. - O bestia, - il popolo gli grida, - e se non vedi

dove tu metti i piedi

come vedrai le cose che stan fuori del mondo? -

Potrebbe quest'aneddoto servire di lezione,

senz'altra coda, a un numero stragrande di persone,

che dicono e fan credere in questo mondo incerto

di legger nel destino come in un libro aperto.

Cos'è questo Destino, che Omero e i grandi eroi

de' vecchi tempi suoi

diceano il Caso, e noi diciamo Provvidenza?

Se Caso, è sopra il Caso ridicola la Scienza.

Se invece è Iddio, che regge negli astri e nella luna,

perché dunque si accusa il caso o la fortuna?

Chi può scrutar nell'intimo pensier di Lui, che crea

le cose e che le muove dietro un'ascosa Idea?

Avrebbe Iddio descritto nei chiari astri del cielo

ciò che l'abisso involve nel tenebroso velo?

Od ama Egli con questi cabalistici segni

esercitar gl'ingegni

di chi scrive trattati di pazza astrologia?

O ciò ch'è inevitabile non vuole più che sia?

Si scioglie anche del bene

l'incanto, se da lungi il cuore lo previene,

e offende Iddio chi crede ch'Ei voglia anche i conforti

mutar in pianto e in lutto col rovesciar le sorti.

Giran le stelle e il sole e gira il firmamento,

l'ombra succede al dì senz'altro intendimento

che di versar sul mondo soavi influssi, e fare

felici le stagioni, e i campi germogliare.

Necessità governa, e in ciel son sempre quelle,

per variar di casi, la luna, il sol, le stelle.

O grandi ciarlatani,

che preparate ai principi gli oroscopi lontani,

o cabalisti, o furbi nuovi e di tutti i tempi,

finitela una volta di canzonar gli scempi.

Ed ora che mi sento un po' sfogato il gozzo,

ritorno a quell'astrologo che beve in fondo al pozzo:

l'immagine del quale, oltre ai saccenti pazzi,

figura certi tali che, stretti nei bisogni,

corrono dietro ai sogni,

invece di pensare a uscir dagli imbarazzi.


XIV - La Lepre e le Rane

Non sapendo una Lepre cosa fare

nella sua tana, per uscir di tedio

sulla sua sorte prese a meditare.

(Dormire o meditare è un gran rimedio.)

- O disgraziati sempre i timorosi!

- dicea fra sé quel povero animale, -

che da paura internamente rosi,

non c'è piacer che non finisca male.

Anche il boccon ti si conficca in gola,

vivi e dormi sospeso, in crucci, in pene:

ogni voce, ogni uccel che in l'aria vola,

ti fa gelare il sangue nelle vene.

"Corrèggiti", mi dice un barbassoro.

Ma si corregge il mal della paura?

Ho veduto fior d'uomini, anche loro

far talvolta una misera figura -

Trista, crucciata e di paura gialla,

così dicea... Quando a un tratto s'udiva

un fruscìo, che la fe', le gambe in spalla,

d'uno stagno scappar presso la riva.

Le Rane, al suo venir, saltan nel fosso,

e dentro al fango ciascuna si abbica.

- Oh! oh! - grida la Lepre, - e dunque posso

esser anch'io terribile nemica.

Hanno paura, un fulmine di guerra

mi credono, non son quel che già fui.

Ho capito, non c'è poltrone in terra,

che non trovi un poltrone più di lui -.


XV - Il Gallo e la Volpe

Sopra un ramo di pianta in sentinella

stava un Gallo maestro in furberia,

allor che, con un far da monachella,

una Volpe gli disse: - O sai, mio caro?

Noi siamo in pace adesso,

è venuta la pace universale.

Scendi dunque a ricevere l'amplesso,

in fretta vieni giù.

Perché devo recar questa novella

in cento luoghi e più.

Or liberi voi siete

d'andar senza paura ove volete,

e noi sarem per voi buone sorelle.

Sian fuochi ed allegrezze e buon umore:

to', scendi il bacio a prender dell'amore.

- Amica, - a lei così tosto rispose

l'altro matricolato, -

davver che mi commuovon queste cose,

e proprio te ne son molto obbligato.

Ma questo amplesso voglio che si faccia

in modo più solenne e più giulivo

mettendo a parte anche quel can di caccia,

che vien correndo a noi

e porta certo il ramuscel d'ulivo.

Mentre egli arriva, io scendo dalla pianta,

così la pace sembrerà più santa.

- Salùtalo! - soggiunse la beghina, -

ho troppa fretta e la mia strada è lunga:

a rivederci, a caso, domattina -.

E via per la campagna

colle pive nel sacco

in fretta e in furia leva le calcagna.

A tal vista sorrise il vecchio Gallo,

e cantò quella celebre sentenza:

che a farla ai furbi è doppia l'indulgenza.


XVI - Il Corvo che vuole imitare l'Aquila

Vedendo un Corvo l'Aquila, che audace

rapiva un agnelletto,

più debol, ma non men di lei vorace,

vuol tentare il medesimo colpetto.

Senza pensarci molto,

salta addosso a un magnifico montone,

un bocconcin da far gola agli Dèi

e ch'era riservato al sacrificio,

a lui gridando: - Il fatto mio tu sei.

Non so chi t'abbia fatto così bello,

ma non potrei trovar miglior boccone -.

E, come dissi, piomba sull'agnello.

Ma udite caso strano!

Quella gentile ovina creatura

pesava come un cacio parmigiano,

e aveva un pelo d'una tal natura,

così folto, diremo,

che la barba parea di Polifemo.

Quel pelo aggrovigliò del mio corbaccio

così bene gli sgraffi,

che non poté più trarsene d'impaccio.

Venne il pastor, lo prese, e il tristo augello

fu dato ai pastorelli per zimbello.

Aggiunge qui la solita morale

che l'esempio è un solletico fatale:

l'un nasce ladro e l'altro ladroncello,

né a tutti i prepotenti è ugual destino.

Dove passa la vespa, nel tranello

rimane il moscherino.


XVII - Il Pavone e Giunone

- Gran Dea, - (così si narra che un Pavone

dicesse, querelandosi, a Giunone), -

m'hai dato un canto ch'è una stonatura,

un canto vero orror della natura.

L'usignol, un così vile

uccellin, invece ha un canto,

che a sentirlo è un dolce incanto,

tanto è flebile e gentile -.

A lui Giunon, dei gangheri un po' fuori,

così rispose: - E può nutrir nel seno

gelosa invidia per un usignolo

una bestia che par l'arcobaleno?

Tanto ricca di luci e di colori,

che sol pavoneggiandosi, dispiega

una coda sì splendida, ch'è meno

d'un orefice bella la bottega?

Non c'è bestia, allo stringere del conto,

che ti possa in beltà stare a confronto.

Fecer gli Dèi le bestie di maniera,

che ognuna avesse qualche qualità:

è leggier il falcon, l'aquila fiera,

a chi gran corpo, a chi valor si dà,

se l'uno o l'altra gracchia,

il Corvo serve pel cattivo augurio,

e pel tempo cattivo la Cornacchia.

Tu fa' che a lamentarti più non t'oda,

o ti strappo le penne della coda -.


XVIII - La Gatta cambiata in Donna

C'era una volta un Uomo ed una Gatta,

una Gatta sì cara fra le care,

ch'ei ne provava una passione matta

a sentirla soltanto miagolare.

E pregò tanto il cielo, che il Destino

per contentare le sue strane voglie,

a forza d'incantesimo, un mattino

la fece donna e gliela diede in moglie.

Dir non vi posso in rima

i baci e le finezze e le carezze,

che fa questa sposina al malinconico

suo marito, più pazzo ancor di prima.

Essa lo bacia ed ei muore distrutto

nel ben della sua Gatta,

che crede donna in tutto e dappertutto.

Un giorno, sul più bello, ecco le pare

d'udire un topolino a rosicchiare...

Alzasi, guarda, ascolta,

le pare e non le par; ma un'altra volta

che il topo venne, e sotto la sembianza

di donna non conobbe ancor la Gatta,

questa, dall'indol tratta,

ad inseguirlo prese per la stanza.

Tale e tanta è la forza di natura,

che a un certo punto più non si ripiega:

invano poi di toglier si procura

la fragranza che il vaso abbia assorbita,

o alla stoffa di togliere la piega.

Càcciala fuori a colpi di bastone,

a colpi di staffile pur la caccia,

àrmati pur di forca e di balestra,

l'indole torna... e se le chiudi in faccia

la porta, tornerà dalla finestra.


XIX - Il Leone e l'Asino a caccia

Per celebrare il dì della sua festa,

il biondo imperator della foresta

fuori alla caccia andò.

Non a caccia di merli e d'usignoli,

ma di cervi, s'intende,

di bei cinghiali e grassi caprioli,

e l'Asino invitò.

Ha l'Asino una voce sì potente,

che a dieci miglia quasi la si sente;

onde il Leon pensò,

poi che la bestia avea sì buona musica,

di farsene suo pro'.

Copre il Messer di lauro e d'altre erbette,

e di ragghiar coverto gli commette,

e l'Asino ragghiò.

Quella voce, che subito risona

e nell'aria terribile rintuona,

le bestie spaventò.

Costoro, che non sono abituate

a sentir quella tromba che rimbomba,

dentro la selva fuggon spaventate,

e ad una ad una a seconda che tocca

dentro le zampe cascano

e del Leone in bocca.

Allor superbo l'Asino esclamò:

- Se potesti adunar tanto bottino,

ringraziami, vicino.

- È ver, - rispose il Re della foresta, -

mandasti ragghi proprio della festa,

anzi soggiungerò

che avrei potuto spaventarmi anch'io,

ma ti conosco e tema, grazie a Dio,

degli asini non ho -.

Volea la bestia sciocca replicare,

ma tanto non osò,

conoscendo l'umor del suo compare.

E fece bene, io penso,

se al carattere suo si rassegnò:

ché un asino spaccone è un controsenso.


XX - Il testamento interpretato da Esopo

Esopo, se di lui si conta il vero,

valea da sol per senno

quanto l'Areopago tutto intero,

anzi quanto l'Oracolo d'Apolline,

come si può vedere

da questa strana istoria,

che al mio lettor non deve dispiacere.

Un certo uomo di Grecia

a tre figliole fu padre infelice,

d'indole pazza e fra di lor diversa:

l'una avara, secondo che si dice,

civetta l'altra e l'altra ubbriacona.

Quando l'ultimo fiato il vecchio rese,

fra lor divise in eque parti il suo,

colle norme vigenti del paese.

Ma pose un codicillo al testamento

non troppo chiaro, ossia che poi dovesse

alla madre pagar tanto per cento

il dì che non avesse più ciascuna

la sua parte speciale di fortuna.

A tutti parve un caso sibillino.

Come pagar potevano quel giorno

che più non possedessero un quattrino?

Non men d'adesso, non pareva allora

un buon sistema di pagare i debiti,

quando si sente d'essere in malora.

Si porta al tribunal la questione,

si senton gli avvocati,

ma voltala e rivoltala, è sì buia

la cosa, che i dottori imbarazzati

gettan la toga per disperazione,

consigliando a ciascuna di dividere

il loro senza più.

Per la parte che poi spetta alla vedova

a mo' di transazione,

ecco ciò che da lor trovato fu:

"Convengano le parti

contribuire per un terzo al debito

pagabile secondo un dato termine,

oppur si stabilisca un'annua rendita,

dalla morte del padre decorribile,

da pagarsi alla madre in rate... eccetera".

Così ben stabilito,

si fecero tre lotti come segue:

primo lotto: di ville di campagna

e luoghi di cuccagna,

con chioschi ben guarniti e con cantine

piene di malvasia,

vasi, piatti, bicchieri, argenteria,

o, per dirla in un'ultima parola,

tutto ciò che può far gola alla gola.

Secondo lotto: case di città,

mobili ricchi d'or, superfluità,

cosucce rare di galanteria,

eunuchi, belle schiave abili e destre

in ricamar, in pettinar maestre.

E terzo lotto infine:

campi, vigne, cascine,

gente e bestie da tiro e da fatica.

E inutile ch'io dica

che, fatta questa bella divisione,

senza tentare il gioco della sorte,

secondo il gusto, ognuna delle tre

prende la parte che conviene a sé.

I dotti e gl'ignoranti

trovaron la sentenza ben pensata.

Ma Esopo dimostrò che tutti quanti

avean presa una mezza cantonata.

Se il morto fosse vivo, egli dicea,

questo popol, che passa per sì fino

e acuto di natura,

farebbe una ben misera figura.

Che mai non si eran viste tanto male

interpretate l'ultime intenzioni

d'un padre da un solenne tribunale.

Esopo, il gran gobbetto,

in base alle suddette divisioni,

ad ogni figlia volle, e per dispetto,

dare la parte all'indole contraria,

ossia fiaschi e cantine

e tazze alla civetta;

alla bevona i campi e le cascine,

e cappellini e cuffie

alla sorella della mano stretta;

dicendo il savio Frigio

che coll'usar quest'arte,

le donne erano spinte

per far danari o per trovar marito

a sbarazzarsi della loro parte.

Così di lor ciascuna,

venduta la sua parte di fortuna,

avria dovuto pel paterno scritto

pagare sul momento

la madre e far compiuto il testamento.

Stupiron tutti quanti

che un uomo tal avesse più talento

di tutti insieme i dotti e gl'ignoranti.


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