Favole di Jean La Fontaine

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Favole di Jean La Fontaine

LIBRO TERZO


I - Il Mugnaio, suo Figlio e l'Asino

Abbiano i Greci antichi lode d'aver scoperto

pei primi dell'Apologo l'arte e il parlar coverto,

ma sia concesso ad altri, dopo di lor venuti,

di spigolar nei campi, che quelli hanno mietuti.

Di fantasia nel regno c'è qualche terra oscura,

ove i moderni possono correre l'avventura.

Su questo bel proposito un fatterello io so,

che al celebre Racanio Malerba un dì contò.

Questi del vecchio Orazio eredi abili e destri,

discepoli d'Apolline, a noi di stil maestri,

trovandosi una volta, soli, non so in qual parte,

in intimo colloquio di cuor, di mente e d'arte,

Racanio a dire uscì: - Malerba, o voi che tanto

viveste, e che del mondo sapete il tanto e il quanto,

avendo della vita disceso ogni gradino,

solvetemi un gran nodo intorno al mio destino.

Voi mi vedeste a nascere e avete sulle dita

quello ch'io valgo e i casi tutti della mia vita;

or ben, che ne pensate? ch'io debba rimanere

nel mio villaggio, ovvero cercar gioia e piacere

fra l'armi e fra le corti? Io so che a questo mondo

il male è unito al bene d'ogni destino in fondo.

La guerra è dolce al core

secondo il caso, ed aspro sembrar ci può l'amore.

Ma contentar bisogna la corte, i suoi, la gente... -.

- La gente? - qui interruppe Malerba, il vecchio onesto, -

sopra la gente voglio or raccontarvi questo:

Or non ricordo il libro, ma so d'averlo letto

che fuvvi già un mugnaio, padre d'un figlioletto

di mezz'età, sui quindici anni o su quell'intorno:

ma il padre era già vecchio. Andavan essi un giorno

a vendere al mercato un loro somarello,

e perché fosse fresco e a vendere più bello,

le quattro gambe in mazzo legate all'agnellino,

me lo portavan come si porta un palanchino.

La gente che incontravano, la cosa è naturale,

ridean di quella scena, di lor, dell'animale.

Gridando: Oh che burletta!... oh caso singolare!

Dei tre la più gran bestia non è quella che pare.

Il vecchio, persuaso dal dir di quei passanti,

drizza la bestia in piedi e se la caccia avanti,

per quanto se ne dolga l'asino in suo latino,

che preferia la parte fare dell'agnellino.

Monta il fanciul sull'asino e vanno oltre un pezzetto,

quand'ecco tre mercanti gridare con dispetto:

- È bello che tu vada sull'asino e che al passo

cammini un vecchierello? scendi, poltrone, abbasso.

- È giusto, - il buon mugnaio risponde a quei mercanti.

Scende il ragazzo, il vecchio monta al suo posto, e avanti.

Quand'ecco tre ragazze, volendo dir la loro,

- Guarda se c'è giustizia, - esclaman tutte in coro, -

se c'è pietà che zoppichi a piedi quel fanciullo,

e faccia invece l'asino sull'asino il citrullo,

superbo, trionfante in groppa all'animale,

come s'ei fosse il papa di Roma o un cardinale.

- Andate, altro che papa! Cogli anni miei, credete,

non c'è, care ragazze, nemmen da fare il prete, -

rispose il vecchio, e dette quattro facezie e rese,

credette avere il torto e in groppa il figlio prese.

Non fanno dieci passi, che sono al sicutera.

L'un dice: - E si può dare una peggior maniera?

Dov'è verso un fedele e vecchio servitore

la carità del prossimo, o gente senza cuore?

Se dura un po', dell'asino non resterà che il cuoio...

- Se dura un po', capisco che anch'io di rabbia muoio, -

ripicchia il vecchio. - Perdesi tempo, cervello e fiato

a contentar la gente, la serva ed il curato.

Vediamo tuttavia se c'è miglior consiglio -.

Così dicendo, saltano abbasso e padre e figlio

e lascian che la bestia, beata e trionfante,

da sola come un papa, cammini a lor davante.

- O cosa stravagante, che col buon senso cozza,

che l'uomo vada a piedi e l'asino in carrozza! -

Osserva un Tizio, e seguita: - Allor la più sicura,

amici, è d'impagliare la bestia addirittura,

se tanto a cuor vi sta d'un asino la pelle,

più che le scarpe... Ah! ah! sen vedono di belle...

"Se visita Brighella la Colombina cara,

va sulla mula", è vecchia la mia canzon, ma chiara.

O bel terzetto d'asini! -.

Allor disse il mugnaio: - Asino son ben io

ad ascoltar la gente. Ma giuro innanzi a Dio

che d'ora innanzi, voglia la gente oppur non voglia,

farò sempre benissimo a fare di mia voglia -.

- In quanto a voi, Racanio, - disse Malerba, - o Marte

seguiate, oppur di Venere comechessia la parte,

prendiate donna o mitria, di fuori od in città,

od altra dignità

a voi conceda il Principe, tenete fisso in mente

che ognor dei fatti vostri vorrà parlar la gente.


II - Le Membra e lo Stomaco

Del potere Regal (a cui quest'opera

devoto sottometto)

lo Stomaco mi sembra essere imagine,

se lo si guarda sotto un certo aspetto.

E invero se lo Stomaco

patisce, sen risente il corpo intero:

e lo dimostra vero

delle membra ribelli il vecchio apologo.

Non volendo servir sempre allo Stomaco,

prese le Membra un dì dal malumore,

giuraron di far sciopero,

e sull'esempio stesso del padrone

darsi alla bella vita del signore.

- Ser Stomaco, - dicean, - vive pacifico,

e a lavorar noi siamo bestie nate.

A lui, soltanto a lui, se c'è, il boccone,

a noi fatiche, pene, bastonate.

Oh provi un po', se in via straordinaria,

può rassegnarsi anch'egli a viver d'aria -.

Il far nulla è un mestier subito fatto;

ed ecco che le braccia si rallentano,

le mani più non stringono,

le gambe si abbandonano,

e in quanto a messer Stomaco,

s'ingegni, se vuol esser soddisfatto.

Ma le Membra, non men che se morissero,

un gran languor provaron tutto a un tratto.

Il sangue più non si riversa al core,

soffre e perde ogni parte ogni vigore.

Così vedono allora

che pur colui che prima parve inutile

al ben di tutti quanti anch'ei lavora.

Così la Regia Maestà ridona

alla social famiglia

ciò che alle membra sue sottragge e piglia.

Tutti per essa e tutti traggon d'essa

soccorso e vita a una maniera istessa.

Essa nutre l'artefice e il mercante,

paga il soldato, onora il magistrato,

e dello stato scende a tutte quante

le parti, e vita desta in ogni lato.

Alla plebe di Roma un dì Menenio

mostrava questa bella verità.

- Come? - gridava malcontento il popolo, -

al Senato il poter, gli onor, le cariche,

denari ed ogni illustre dignità,

e a noi già nudi e miseri

tributi, imposte, guerre e povertà? -

E già le mura dell'antica patria,

per altra terra sconsigliato e menno

avrebbe abbandonate:

ma con parole ornate il buon Menenio,

narrando questo suo famoso apologo,

la turba ricondusse a miglior senno.


III - Il Lupo pastore

Un Lupo, che traea poco vantaggio

dalle sue buone pecore vicine,

pensò d'adoperar arti volpine

e di vestirsi in altro personaggio.

Indossa d'un pastore il casaccone,

a mo' di verga piglia un bel bastone,

e perché nulla manchi alla bisogna,

si mette intorno al collo una zampogna.

Così poteva scriver sul cappello:

"Io son Bortolo, io sono il guardiano".

E rassomiglia a Bortolo, a pennello,

con quel cappel, con quel bastone in mano.

Bortolo, il vero Bortolo, frattanto

dormia tranquillo alla sua greggia accanto,

dormia l'armento, il bel mastin dormiva,

e dormiva sull'erba anche la piva.

Il Lupo malandrin, ecco, bel bello

s'accosta, e per poter spinger l'armento

verso la grotta e farne un gran macello,

ricorre ad un cattivo esperimento.

Ossia la bestia stupida e feroce

volle aggiungere agli abiti la voce;

ma un tal versaccio od ululo cacciò,

che le selve ed i sassi spaventò.

Pastor, pecore, cani, a tanto chiasso

si sveglian tutto a un tratto: e l'imbroglione,

dentro imbrogliato in fondo al casaccone,

né difendersi può, né dare un passo.

Non v'è furbo che sia furbo abbastanza

in ogni tempo e in ogni circostanza;

chi nasce Lupo ascolti la natura:

faccia il Lupo che è ancor la più sicura.


IV - Le Rane vogliono un re

Già sazie le Rane di stare in repubblica,

gracchiarono tanto, che Giove pensò

di dare allo stato la forma monarchica,

e un re tranquillissimo ad esse mandò.

Ma tanto fu il chiasso ch'ei fe' nel discendere,

che scappan le Rane in preda al terror.

Sott'acqua, nel fango, quegl'umidi sudditi

non osano mettere il muso di fuor.

Ma quel che un gigante dapprima credettero

apparve più tardi un re travicel.

Sentendo dell'acqua finito il subbuglio,

or questa, ora quella, le rane, bel bel,

due prima, poi quattro, tremando in principio,

poi dieci si accostano a sua Maestà.

Poi piglian coraggio, si fanno domestiche,

e c'è qualche ardita, che in groppa gli va.

Il re travicello, che adora i suoi comodi,

non parla, non si agita, pacifico in sé.

Allora i Ranocchi con Giove borbottano,

ché vogliono un re, che faccia da re.

Il re degli Dèi per tôrsi il fastidio,

- Prendete, - risponde, e manda la Gru,

che becca, che stuzzica, che infilza, che storpia:

resistere i sudditi non possono più.

Ma Giove, gridando, pon fine agli strepiti:

- Ognuno il governo che merita avrà.

Un re non voleste leale e pacifico

tenete la bestia che addosso vi sta -.


V - La Volpe e il Becco

La Volpe, che in materia furberia

è vecchia patentata,

andava un certo dì per una via

in compagnia d'un Becco, un animale

che avea più corna in testa che non sale.

Morti di sete, scendono per bere

in un pozzo, e ciascuno si ristora,

ma poi disse la Volpe: - Ora, messere,

ch'abbiam bevuto, il punto più difficile

è quello di andar fuora.

Mi par che tu dovresti alzare i piedi

ed appoggiar le corna accanto al muro,

sì ch'io possa aggrapparmi alla tua schiena

e uscir prima al sicuro.

Quindi anche te saprò cavar di pena.

- Per la mia barba! - disse il buon caprone, -

questo si chiama avere del talento.

Una macchina simile né in cento,

né in trecent'anni non avrei trovata

sì bene congegnata -.

Uscì la Volpe ed al grullo bestione,

rimasto in fondo, volle per zimbello

recitar la moral con un sermone:

- Abbi pazienza; non saresti in molle,

se avessi meno barba e più cervello.

Addio, bello, per me mi accuso fuori.

In quanto a te provvedici, se puoi,

io vo per un affare di premura -.

In tutti i casi tuoi

sempre alla fine di guardar procura.


VI - L'aquila, la Scrofa e la Gatta

Sulla cima d'un vecchio albero il nido

l'Aquila aveva. Ai piedi era una Scrofa

coi cari figli, ed una Gatta in mezzo.

Vivean da un pezzo le tre madri e i figli

in dolce accordo, allor che la maligna

Gatta con arte insidiosa: - Amica, -

disse un giorno che andò la sua vicina

del terzo piano a visitar, - non vedi

come col grifo eternamente scavi

le radici dell'albero laggiuso

la sozza bestiaccia? Ahi! morte a noi,

o almeno ai figli nostri (che è tutt'una

per il cor delle madri) essa prepara,

perché divelto andrà dalle radici

il tronco e condurrà nella rovina

i figli nostri, a lei tenero pasto.

La lor morte è sicura, e me felice

ancor nel mio dolore, ove men resti

di tanti un solo a raddolcirmi il pianto! -.

Ciò detto uscì, lasciando alto spavento

nella casa dell'Aquila. Discende

quindi la trista e va dove la Scrofa

fresca di parto si giacea coi figli.

- O mia buona comare, - in un orecchio

le susurra, - guardatevi, vi supplico,

d'uscir di casa, o l'Aquila sui figli

vostri, vi avverto, piomberà. Non dite

ch'io ve l'ho detto, o quella scellerata

farà sopra di me la sua vendetta -.

Poi ch'ebbe seminato astutamente

nell'altra casa l'odio ed il sospetto,

quatta la trista si rinchiude in casa.

Da quel giorno né l'Aquila il suo nido,

né la Scrofa la tana osano un solo

momento abbandonar, pronte, ostinate

alla difesa della cara prole;

o sia che questa all'altra una rovina

appresti, o quella un improvviso assalto.

Ahi sciocche entrambe! Sprovveduti i figli

del consueto cibo, a lor fu primo

carnefice la fame. Ad uno, ad uno

li videro morire a far più grasso

dei mici il desinar. Della suina

ed aquilina gente altro che l'ossa

più non rimase e poche penne al vento.

Non v'è mal che non sappia una maligna

lingua con velenosa arte produrre.

Di quanti danni scaturir dal vaso

di Pandora, per me la Furberia

tengo il più tristo, ed anche il meno indegno

che sempre l'abbia in grande obbrobrio il mondo.


VII - L'Ubriacone e la sua donna

Per rimedio o vergogna che gli dài,

l'uom dal suo lato debole

sempre cascar vedrai:

come dimostra l'opportuno esempio,

che alle parole mie non manca mai.

Un discepol di Bacco, per il vizio

di bere, era condotto in precipizio.

Salute, ingegno e soldi ed allegria

quell'uom avea distrutto,

come fanno color che a mezza via

hanno già speso tutto.

Un giorno che, ben molle di decotto,

tornava a casa traballando e cotto,

la sua donna lo prese e lo serrò

in fondo a un bugigattolo,

dov'egli in braccio al vin si addormentò.

Quando si risvegliò, vide... oh spettacolo!

intorno al letto luccicar le fiaccole,

e sopra il letto un gran lenzuolo funebre,

e accanto i cento attrezzi della morte,

ond'io non dico s'ei si spaventò.

Camuffata alla foggia d'una furia,

ecco s'avanza la gentil consorte,

adagio, come vanno le fantasime,

a servirgli una broda nera e sordida.

Ah! proprio egli credé

d'esser cascato in casa del diavolo.

- Oimè! - gridava, - oimè!

Son io morto davver? chi sei, fantasima?

- Io son la cuciniera dell'inferno,

e porto da mangiare

a quei che stanno in questo loco eterno -.

E il buon marito senza giudicare,

grazie al vin, se sian cose false o vere,

- Dimmi, - esclama, - e non porti anche da bere?


VIII - La Gotta e il Ragno

Quando il Ragno e la Gotta uscîr di mano

al diavolo, costui disse a costoro:

- L'uno e l'altra sarete al seme umano

un regaletto d'oro.

Andate allegramente e poi pensate

a sceglier casa. Ve ne son di belle,

magnifiche e dorate,

e ve ne son di brutte e rovinate.

Dica ciascun le preferenze sue,

o tiri una pagliuzza... eccone due -.

- Per me, - soggiunse il Ragno, - a queste o a quelle

m'adatto e non ci guardo -.

Ma la Gotta che in case di riguardo

osserva un gran via vai di dottoroni,

- No, no, - dice, - alla larga dai portoni -.

E va a piantar, come si dice, il chiodo

nel pollice d'un piede a un pover'uomo,

sperando a questo modo

di starsene sicura come in duomo,

senza fastidi e senza

dottori che le intimin la licenza.

Il Ragno intanto, scelta una cornice

di camera elegante,

la sua tela spiegò tutto felice.

Vi piglia mosche e d'altro non si cura,

come se avesse fatta investitura

di starvi vita natural durante.

Ma finita una tela, ecco una bella

scopa che la cancella;

rifatta, ecco di nuovo a sua disdetta

in alto quella scopa maledetta.

E dàlli e dàlli, fugge dalla ragna

perseguitata e rotta,

e corre a consolarsi colla Gotta,

che meglio non viveva alla campagna.

Anzi peggio vivea, ché il suo padrone

seco la porta al bosco, ai solchi, al campo.

Tagliar, spaccar, zappare, non c'è scampo

di riposare e dice un zibaldone

che Gotta scossa è assai presto rimossa.

- Cangiam, fratel? - Cangiamo! - E detto fatto,

ad abitar va il Ragno a la capanna,

dove scopa non c'è che dia lo sfratto,

e la Gotta pacifica si adagia

sul corpo ad un prelato eminentissimo

come se fosse un letto di bambagia.

In quanto a cataplasmi di speziali,

si sa che son dagli uomini inventati

per trarre in peggio i mali.

Dello scambio dei loro appartamenti

i due fratelli si trovˆr contenti.


IX - Il Lupo e la Cicogna

I Lupi sono bestie che, si sa,

mangian sempre con grande avidità.

Un giorno uno di questi in compagnia,

per ghiottornia mangiando a più non posso,

gli cadde in gola un osso.

Con quell'affar confitto in mezzo all'ugola

che strozza la parola,

sarìa morto, se a trarglielo di gola,

una Cicogna pia

col becco non venìa.

Con colpo veramente da cerusico

il Lupo liberò.

Quindi la buona grazia

per sé gli dimandò.

- Tu scherzi, - disse il Lupo, - anzi ringrazia

i morti tuoi parenti,

se il collo t'ho lasciato uscir dai denti.

Vattene, o scellerata,

impara ad esser grata, e prega i santi

di non tornar agli occhi miei davanti -.


X - Il Leone e il Pittore

In un quadro era dipinto

un Leon enorme e forte,

preso e vinto

da un sol uomo e messo a morte.

Glorïavasi la gente

nel vedere un tanto ardire,

ma un Leon ch'era presente

prese a dire:

- Fantasia!

Tutto mio questo valore

io scommetto che saria,

se un Leon fosse il pittore -.


XI - La Volpe e l'Uva

Una Volpe, chi dice di Guascogna,

e chi di Normandia,

morta affamata, andando per la via,

in un bel tralcio d'uva s'incontrò,

così matura e bella in apparenza,

che damigella subito pensò

di farsene suo pro.

Ma dopo qualche salto,

visto che troppo era la vite in alto,

pensò di farne senza.

E disse: - È un'uva acerba, un pasto buono

per ghiri e per scoiattoli -.

Ciò che non posso aver, ecco ti dono.


XII - Il Cigno e il Cuoco

Nel cortil d'una grande fattoria

il bianco Cigno e il Papero

vivean coll'altre bestie in compagnia:

l'uno al piacer dell'occhio

e a fregio dei giardini destinato,

e l'altro - dico l'oca, - allo stufato.

Dentro i fossati del castel vedevansi

andar come sul corso,

tuffandosi, guazzando a fianco a fianco,

l'uno non men dell'altro agile e bianco.

Un giorno il Cuoco, avendo alzato il gomito

un poco più del solito,

a mezzo della gola

prese il Cigno, scambiandolo col Papero,

per metterlo tagliato in cazzeruola.

L'uccel, presso a morir, mosse la voce

e pianse un suo dolcissimo lamento.

Sorpreso il Cuoco - Oh ciel! - grida, - che sento?

Questo non è un uccello che si coce.

Non sia giammai ch'io tolga la parola

a chi parla in un modo che consola -.

Chi sa bene parlar, se casca male,

trova rimedio, e questa è la morale.


XIII - I Lupi e le Pecore

Dopo mill'anni di spietata guerra

Pecore e Lupi fecero la pace,

e fu un atto bellissimo fraterno:

perché se ai Lupi piace

qualche volta mangiar le pecorelle,

dei Lupi colla pelle

fanno i pastori gli abiti da inverno.

Quell'esser sempre in pena ed in paura

al pascolo, alla caccia, era un tormento,

mentre la pace adesso li assicura.

Dànno i Lupi in ostaggio i lupicini,

dàn le Pecore i cani. L'istrumento

col processo verbale

è redatto per via di commissari

nei modi regolari,

e questa fu la pace universale.

Non molto dopo, quelli,

ch'eran Lupi piccini, ecco diventano

Lupi grossi, di sangue e carne ingordi.

Un dì colto il momento

che i pastori parevan più balordi,

saltano addosso ai poveri fratelli,

a preferenza i più pasciuti e belli,

e li ammazzano tutti a tradimento.

Poi fuggono nei boschi ed ai lontani

parenti dato avviso,

anche i cani mi ammazzan detto fatto,

che riposavan sul firmato patto.

La strage fu sì lesta

che per morir nessuno alzò la testa.

Amici troppo buoni e confidenti,

è la pace una bella e santa cosa,

ma sol per chi ci crede.

Invece colla gente senza fede

meglio è la guerra ed il mostrare i denti.


XIV - Il Leone fatto vecchio

Dagli acciacchi e dagli anni assassinato,

un Leon, già terror della foresta,

un giorno fu assaltato

dai suoi sudditi stessi, resi audaci

dal vederlo ridotto in quello stato.

Il Cavallo gli tira nella testa

un calcio, il Lupo il morde, ed anche il Bue

usa le corna sue.

Triste, vecchio, il Leon, è inutil dire

se, accasciato dagli anni, trova il fiato

ancora di ruggire.

Rassegnato apparecchiasi alla morte,

senza tanti lamenti,

quando vede anche l'Asino venire

verso la grotta alla feroce impresa.

- Ah questo è troppo! - disse, - o ignobil bestia;

non è il morir così grande molestia,

come il soffrir d'un Asino l'offesa -.


XV - Filomela e Progne

Già fu un tempo che la Rondine

la sua casa abbandonò,

e la verde solitudine

della selva ricercò,

dove spiega dolce al vento

l'Usignol il suo concento.

- Filomela, - così chiamasi

l'Usignol in vecchio stile, -

della tua dolce sorella

ti ricordi, uccel gentile?

Guarda: son la Rondinella.

Son mill'anni che non vieni

a trovarmi, da quel dì,

ti sovvieni?

che lasciasti i lidi eolici

per venir sdegnosa qui.

Or che cosa intendi fare?

di restare a stancar l'aria

del tuo canto eternamente,

disdegnosa e solitaria?

Qui non passan che selvaggi

animali e rozza gente;

il deserto, i sassi, i faggi,

non son fatti per un'anima

così dolce e intelligente.

Il tuo canto, se ritorni,

o sorella, alla città,

come già nei lieti giorni

ogni cor stupir farà.

Mentre invece questo vivere

solitaria, negli affanni,

in quest'orrido soggiorno,

non può far che porre in mente

il selvaggio,

il nefando orrendo oltraggio,

che Tereo nel bosco un giorno

sul bel corpo ti recò.

Vieni adunque, son mill'anni

che quel tempo ormai passò.

- Progne, - disse l'Usignolo, -

se il motivo vuoi sentire

che nei boschi mi trattiene,

il motivo è questo solo:

che l'immagine degli uomini

non farebbe che inasprire

il dolore e la memoria

delle mie passate pene.


XVI - La Donna annegata

Se una donna cercasse d'affogare,

io disapprovo sempre quella gente

che dice: "Lascia fare,

le donne sono meno che niente".

Questo dispregio per il debol sesso

dirò, se mi è permesso,

un sentimento cinico mi pare,

ché a queste donne tanto disprezzate

le gioie noi dobbiam più delicate.

E ciò premesso,

udite il caso d'una donna sciocca

che si gettò a morir dei pesci in bocca.

Inteso il buon marito un caso tale,

volendo il caro corpo ripescare

per fargli il funerale,

in riva al fiume in aria disperata

chiedeva alle persone

notizie della sua donna annegata.

Qualcuno, che sentinne compassione,

di seguitar gli disse la corrente,

che il corpo avria trovato certamente.

Ma fuvvi anche un burlone

che disse: - È tempo perso:

avrà la donna per contradizione

il fiume risalito in senso inverso -.

Non era forse il tempo di scherzare,

ma l'uom avea ragione.

Chi nasce - e non soltanto il gentil sesso, -

con questo vizio radicato in l'ossa,

sempre contradirà fino alla fossa,

e forse anche più in là, se gli è permesso.


XVII - La Donnola nel granaio

Madamigella Donnola, fresca di malattia,

e fatta ancor di corpo più lungo e mingherlino,

in un vicin granaio un giorno penetrò

per un foro, che meglio diremo un forellino.

E qui tanto mangiò,

con tanta indiscrezione,

di lardo e d'ogni tenero boccone,

che grassa e bella in breve diventò.

Un dì, verso la fine di quella settimana,

udito dopo il pranzo un gran rumor di là,

volea fuggir, ma - Come? - esclama, - è cosa strana!

Non sono io forse un giorno passata per di qua?

Com'è che il buco a un tratto divenne così stretto? -

E dopo molti inutili

giri e rigiri, ovunque ch'ella vada

crede sempre d'aver sbagliato strada.

Un topo che la vede in imbarazzo e in pena,

le disse: - Ma non sai

che allora non avevi ancor la pancia piena?

Magra venisti, amica, e magra tornerai -.

Ciò che di te si dice, anima mia,

a molti altri conviene,

ma confonder le cose non conviene

per far gran pompa di filosofia.


XVIII - Il Gatto e il vecchio Topo

Mangialardo Secondo, l'Alessandro

di tutti i gatti, l'Attila dei Topi,

ho letto in un famoso favolista

che sol colla sua vista

metteva indosso tanta frenesia,

che a quattro miglia intorno

non v'era un Topo in tutta Sorceria.

Mangialardo, anzi Cerbero secondo,

volea di Topi ripulire il mondo.

Schiaccie, veleni e trappole

eran pei Topi un ninnolo,

una carezza a petto di costui.

Onde tappati stavano

dentro le tane i miseri,

il che garbava forse poco a lui.

Per eccitarli finse il maledetto

d'essere morto: e volta in giù la testa,

alla gronda tenendosi d'un tetto,

si sforzava di fare l'impiccato.

I Topi, i quali credon che pagato

egli abbia il fio per qualche ladreria

di formaggio o d'arrosto, al funerale

promettono di fare un carnevale.

Sporgono il muso, guardano all'insù,

poi scappan dentro, poi tornan di qua,

e poi chi qua, chi là,

escon, ch'è un pezzo che non mangian più.

Quando a un tratto il messer risuscitò

e sui più grassi rapido piombò.

- Questa è di guerra vecchia strategia, -

esclama, - e ne conosco di più belle,

per cui verrete tutti a casa mia -.

E disse il vero. Il nostro buon Moina

un'altra volta l'abito infarina,

e così bianco quatto s'accovaccia

a dar la caccia

dentro una madia aperta di cucina.

Escon quindi a mangiare i Rubatocchi

e dàn dentro la pania:

solo il più vecchio Topo della tana,

ch'anco la coda avea perduta in guerra,

vedendo quell'arnese infarinato,

disse fra sé: - Sarai forse farina,

ma fossi anche una pentola di gnocchi,

pazzo chi s'avvicina.

No, no, qui fiuto un nuovo accordellato

del general Moina -.

Approvo anch'io del Topo veterano

il detto e la prudenza.

Va sicuro chi va con diffidenza.


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