Favole di Jean La Fontaine

Categoria: 

LIBRO QUARTO

I - Il Leone innamorato

(Alla signorina di Sévigné)

Sévigné, tu che alle Grazie

d'ogni grazia sei modello,

tu che in cor ti vanti rigida

quanto splende il viso bello,

deh! concedimi attenzione

per il tempo d'una favola,

nella quale mostrerò

come amor vinse il Leone.

Io per pratica già so

che a parlar d'amor a te

non si va senza pericolo.

Dal provar Iddio ti salvi

quanto Amore sia terribile

indomabile padrone!

Ma l'amor messo in canzone,

che si umilia oggi al tuo piè,

più terribile non è.

In quel tempo che le bestie

ragionavan più d'adesso,

i Leoni pretendevano

con noi stringer società.

- Non ha forse, - essi dicevano, -

non ha forse il nostro sesso

intelletto e forza ed anima

come l'uomo, e una criniera

per di più che l'uom non ha? -

Un mattin di primavera

un Leone in una bella

pastorella s'incontrò,

tanto bella che al pastore

per isposa dimandò.

Dico il ver che il pover'omo

si aspettava forse un genero

più modesto e galantuomo:

ma poteva dir di no?

Ei temeva che la bestia

non andasse sulle furie:

o che, smessa la modestia,

non facesse uno sproposito

la fanciulla, a cui non era,

come avvien, punto antipatico

un amante ardito e forte

e con tanto di criniera.

Per venir dunque alle corte

disse il padre: - Anima mia,

la fanciulla è così timida,

che temer forse potria

delle dure tue carezze,

de' tuoi baci troppo ardenti.

Fatti prima rader l'unghia

e limare un poco i denti -.

Per non perder la dolcezza

d'un amor che cieco il rende,

l'animale innamorato

al consiglio acconsentì;

ma un leone disarmato

è un castello che si arrende.

Quattro cani ed un bastone

ammazzarono il Leone.

Sempre Amor, se fuoco prende,

tu vedrai finir così.

II - Il Pastore e il Mare

Un Pastor sen vivea felicemente

del suo gregge da un pezzo in riva al mare,

e s'anco non avea da scialacquare,

di quel poco vivea sicuramente.

Ma la vista di tanti bei tesori,

che ogni giorno sbarcavan sulla sponda,

tanto accese il suo cor, che a sé maggiori

fortune procacciar volle sull'onda.

Vende il bel gregge, e tolti i capitali,

in breve se li vide andare in fondo,

e chi prima parea padron del mondo,

tornò servo a guardar capre e maiali.

Se prima egli era un Tirsi, un Melibeo,

poco dopo restò Bartolomeo;

pur seppe tanto bene operar poi

che in pochi anni rifece i cenci suoi.

Rifatti i cenci, quando dalle sponde

di nuovo il mar col suo splendor l'alletta,

- Signor mar, - il Pastore gli risponde, -

tu vorresti il denar, ma aspetta, aspetta!

Questo racconto è fatto per mostrare

che un soldo in tasca ne val cento al vento,

l'ambizïon, terribil come il mare,

coglie l'uomo e la barca a tradimento.

Non ti fidar! per uno che si fida

alzano i mille disperate strida;

fortuna ti promette mari e monti,

ma come i venti i disastri son pronti.

III - La Mosca e la Formica

- Dio grande degli dèi! -

dicea la Mosca in odio alla Formica,

che ardiva in grado gareggiar con lei.

- E come mai può darsi

che un animal sì vile e sì minuscolo

alla figlia dell'aria osi eguagliarsi?

Io frequento i palagi e siedo a tavola

con Giove e bevo il sangue dell'altare,

mentre questa imbecille tisicuzza

in tre giorni non mangia una pagliuzza,

che fatica tre giorni a trasportare.

È forse a te concesso,

piccina, di sedere in testa ai re?

E di volar in seno del bel sesso

com'è concesso a me?

Io do spicco al candore naturale

delle belle donnine innamorate,

che non credono d'essere acconciate

senza almeno una mosca artificiale;

ma tu, sciocca, con tutti i tuoi granai

sempre una miserabile sarai -.

- Or che avete adoprato la linguetta, -

proruppe la pacifica formica,

- è ben che anch'io vi dica

che nei palagi siete maledetta:

che il sangue dell'altare

non è poi quel nèttare che pare;

che con egual discernimento e festa

dei re volate e dei somari in testa,

finché la troppa lunga seccatura

morte improvvisa spesso vi procura.

In quanto al dir che siete l'ornamento

delle belle donnine civettuole,

è un giuoco di parole,

ché poca gloria io vedo in verità,

se un po' di taffettà

a te somigli oppur somigli a me,

e merito non c'è

se della Mosca il nome gli si dà.

E non si chiaman mosche i parassiti

dei ricchi e dei conviti?

Dunque, amica, non far più la saccente,

e non parlar sì forte.

Mosche e Mosconi, razza maledetta,

non stanno nelle sale della Corte:

e questo sol vi aspetta

che al cader delle foglie

finite poi di gel, di fame e in doglie.

Tranquilla in casa mia

allora io men vivrò,

con pena e con fatica

per valli e per montagne non andrò,

ché la prudenza è di fortuna amica.

Vorrei che tu potessi in tal maniera

la falsa gloria scerner dalla vera.

Ma il tempo passa: il mio

magazzino non empio a ciarle inutili

e nemmen la dispensa. Or dunque addio -.

IV - Il Giardiniere e il Signore

Un uom già fu della campagna amante,

mezzo borghese e mezzo contadino,

che possedeva un orto ed un giardino

fiorito, verdeggiante,

recinto intorno da una siepe viva.

Colà dentro ogni sorta vi fioriva

d'insalate e bei fiori di mughetto,

e gelsomini e fresca erba cedrina,

per fare a Caterina

il giorno della festa un bel mazzetto.

Questa felicità

da una Lepre fu tanto disturbata,

che il nostro galantuomo una mattina

va dal Signor della città vicina

e racconta la cosa come sta.

- Questa bestia indiscreta

viene, - dice, - ogni dì mattina e sera,

si satolla di cavoli e di bieta,

ridendo delle trappole e dei ciottoli,

che perdon contra ad essa tutto il credito.

È un pezzo che la dura questa bega,

e quasi entro in sospetto

che sia folletto questa Lepre o strega.

- Anche fosse il diavol colla coda, -

dice il Baron, - lasciate fare a me,

che in due minuti o tre

ve la metto al dover. - Quando? - Dimani -.

E come disse, vien colla sua gente,

armi, cavalli e cani,

e, comandando in casa allegramente,

- Compar, - dice al padrone, -

i vostri polli sono grassi e teneri,

facciamo prima un po' di colazione.

Dov'è, dov'è la bella padroncina?

Carina, t'avvicina,

quando le nozze? ehi, galantuomo, a questo

giova pensarci e presto.

Mano alla borsa, un genero ci vuole -.

Il buon Signor con tenere parole

la ragazzina fa sedere accanto,

le carezza una mano

e poi pian piano

sale al braccio, le tocca il fazzoletto,

con altre cortesie, da cui procura

difendersi la bella con rispetto.

Il babbo tace e bolle dal dispetto.

Già brulica di gente la cucina,

si mangia, si tempesta.

- Questi sono prosciutti della festa! -

dice il Signor. - È vostra cortesia;

se vi piaccion, son vostri. - Grazie, amico,

mandateli, vi prego, a casa mia -.

Mangia il Signore e mangia una caterva

di cani e cacciatori e servitori,

tutti animali e gente

a cui non manca per fortuna un dente.

In casa del padrone chi comanda

è l'Eccellenza sua, che trinca, abbraccia

e mangia in fin che giunge

il momento d'uscir a dar la caccia.

Ora incomincian le dolenti note!

Di corni e trombe scoppia un chiasso tale,

che par quasi il giudizio universale.

Ah povero padron! ah sentieroli,

ah fresche insalatine!

Addio porri, cicorie, addio fagioli,

che fate la minestra così buona!

All'erba, ai fior la caccia non perdona.

La Lepre che rifugio

avea trovato all'ombra d'un gran cavolo,

cacciata, tempestata, da un pertugio

della siepe scappò come il diavolo.

Ma il pertugio divenne una caverna,

perché il Signor, che si diverte al ballo,

vuol che si esca di là tutti a cavallo.

- Gli spassi ecco dei Grandi! - a quella vista

esclama il pover'uomo. In un momento

fecero i cani ed i cavalli un danno,

che certo ugual non fanno

cento lepri in un anno o cinquecento.

O stati microscopici,

non cercate arbitrati ai più potenti,

ma gli strappi aggiustatevi da voi.

Se li chiamate prima nelle guerre

li vedrete restar poi per le terre.

V - L'Asino e il Cagnolino

Solo ai pochi che il Ciel ha in maggior cura

è dato il dolce dono di natura

d'esser cari e simpatici.

Contro il suo genio invan altri s'ingegna

di comparir amabile.

Un spaccalegna è sempre un spaccalegna.

Un Asino già fu, conta la favola,

che, pensando di rendersi simpatico,

disse un giorno fra sé:

"Il Cagnolin, perché piccino, è il frugolo

de' padroni, che in grembo se lo stringono,

e giusto ciò non è.

A lui bocconi prelibati e zucchero,

perché sa dar la zampa al suo padrone,

e per ogni smorfietta una carezza:

e a me, perché son bestia non avvezza

ai complimenti, sugo di bastone".

Così disse fra sé la grossa bestia,

e un dì che il suo padron sedeva a tavola,

alzò una brutta zampa, e colla musica

più soave che ciuco modulò,

al padroncin la guancia carezzò.

- Oh! oh! quale carezza! oh quale musica!

Olà, Martino, olà -.

Martino accorre e subito

ballar con altra solfa me lo fa.

VI - Battaglia di Topi e di Donnole

Se penetrar le Donnole

potesser nelle strette

casupole dei Topi,

vedreste quelle bestie in men d'un'ora

fare di lor polpette,

tanto è l'odio che sempre le divora.

Un anno che sul numero

poté contar de' suoi

re Topolon, l'esercito

spiegò dei Topi eroi.

Di contro anche le Donnole

spiegaron le bandiere,

e le schiere respingono le schiere.

Ondeggia la vittoria,

di sangue i campi scorrono,

ma alfin, narra l'istoria,

i Topi le toccarono.

In fuga vanno, scappano,

per quanto Psicarpace

e il gran Meridarpace e il forte, invitto

Artapace sostengano il conflitto.

Alfin bisognò cedere

soldati e generali:

ma se la minutaglia

e la minor canaglia

poté trovar ricovero

nei buchi, nelle fratte,

e ringraziar le stelle,

i pezzi grossi vi lasciˆr la pelle.

E la ragion fu questa

che sui nemici per incuter tema,

o per segno di grado e dignità,

avea ciascuno in testa

qualche cimiero o piuma o diadema.

Se pei crepi passò la razzapaglia,

per quanto numerosa,

per le piume non fu la stessa cosa.

Non è picciol pericolo,

amici, aver la testa coronata,

e i troppi lunghi strascichi

tolsero a fior d'eroi la ritirata.

Qualunque evento accada,

state sicuri, o piccoli,

che avrete per scappar sempre una strada.

VII - La Scimia e il Delfino

Era fra i Greci usanza

e Cani e Scimie di condur sui mari

per gioco ai marinari.

Accadde che un navilio

un dì con questa bella comitiva

non lungi dalla riva

di Atene naufragò.

Tutti morti sarian, se in quel momento

un buon Delfino (il qual secondo Plinio

ha per gli uomini un certo sentimento)

non ne traeva alcuni in salvamento,

fra gli altri anche una Scimia

che in groppa gli saltò.

Ingannato il Delfin dalla sembianza,

accolse il Bertuccione

con tanta gravità, che in lontananza

parea veder l'imagine di Arione.

- Sei tu d'Atene? - il buon Delfin dimanda,

mentre al porto si avvia.

- D' Atene per servirti, - a lui la Scimia

risponde, e per far grossa la bugia:

- Son molto conosciuto alla città, -

soggiunge, - e conto assai

fra quelli della prima nobiltà:

posso raccomandarti ad un cugino

ch'è giudice di Stato.

- Ti son molto obbligato, -

risposele il Delfino,

- e allor, suppongo, ti sarà presente

anche il Pireo. - Cospetto, egli è dei prossimi

illustri miei parenti il più parente -.

Quel brutto bertuccione aveva il torto

di confondere un uomo con un porto.

Pazienza, ma conosco ancor dei musi,

forse di lui più belli,

che discorron di tutto ad occhi chiusi

e cambian le montagne in fiumicelli.

Quando il Delfin si accorse a qual bel tomo

avea prestato il dorso,

me lo tuffò nel mar e il suo soccorso

offerse a un galantuomo.

VIII - L'Uomo e l'Idolo di legno

Possedeva un pagano un Dio di legno,

un Dio di scorza dura,

che avea le orecchie solo per figura,

nel quale ei confidava, ed a tal segno

che gli costava un occhio della testa

a mantenerlo in festa.

Nessun Idol bocconi

mangiò più grassi e buoni,

che l'uom tra i fiori a renderlo propizio

offriva in sacrifizio.

Il Dio con tutto ciò non gli procura

fortune, eredità, soldi o regali,

se non di tanto in tanto temporali

sui campi lavorati,

che la borsa al tapino

ancor rende più stretta.

Pur tanta è del buon uomo la speranza,

che al Dio non mancò mai nella disdetta

la solita pietanza.

Stanco alfin d'aspettare il poverino,

un dì, preso un baston, spezza il suo Dio,

e oh! vista! n'esce un fiume di doppione,

di quelle d'oro che dimando anch'io.

- L'amor mio non valea dunque un quattrino! -

esclama l'uom devoto a quella vista.

- Va', rassomigli a quella gente trista,

che del cuor non intende la ragione,

ma vuol esser pigliata col bastone -.

IX -La Gazza vestita colle penne del Pavone

Si narra che una Gazza,

trovate un giorno d'un Pavon le penne,

con arte intorno a sé le accomodò.

A far mostra di sé quindi la pazza,

con aria di persona alta e solenne,

per il cortile e tra i Pavoni andò.

Ma conosciuta a un tratto, ecco la fischiano,

l'insultano, l'incalzan, la berteggiano,

la beccan, la spennacchian... Mezza morta

fra le sue pari allor scappa la misera,

che in faccia ora le chiudono la porta.

Oh quante son le Gazze come questa

al mondo che le altrui penne si vestono,

che de' plagiari formano la casta!

Potrei scaldarmi contro lor la testa,

ma ciò che ho detto basta.

X - Il Dromedario e i Bastoni galleggianti

Chi per il primo vide il Dromedario

scappò per lo spavento

da un animal così straordinario;

il secondo a guardarlo si fermò,

e il terzo, fatto un laccio, un bel momento

al collo della bestia lo gettò.

A forza d'abitudine

ciò che prima ti sembra orrido e strano

diventa mano mano

comune ed ordinario.

Come ancora dimostra la seguente

favola, che mi passa per la mente.

Vedendo alcune guardie della costa

galleggiar da lontano un non so che:

- Ell'è una nave, - dicon, - che si accosta,

ell'è, no, che non è... -.

Stanno a vedere e dopo alcuni istanti

la nave diventò barca, battello,

poi guscio, poi Bastoni galleggianti.

A noi capita spesso

di creder grandi cose alla lontana,

e quando son dappresso

non è che nebbia vana.

XI - La Rana e il Topo

Spesso chi crede d'uccellar altrui,

leggo in un libro vecchio, uccella i sui.

Vecchie parole, ma sentenza schietta,

degna che in voga ancora la si metta,

com'io procurerò con questa favola.

Un Topo grasso e bel, che in argomento

d'appetito e bocconi prelibati

non conoscea quaresima ed avvento,

asolava gli spiriti beati

d'una palude sul fiorito margine.

Una Rana si accosta e colla rauca

sua lingua dice: - O salve, messer Ratto,

qua qua venite a trovar me nell'umido

mio regno e resterete stupefatto -.

Il Topo curioso accettò subito.

Ella prima gli mostra gentilmente

le delizie del suo limpido bagno,

e tutte quante del paterno stagno

le cento rarità, le vie, la gente,

non che le leggi del governo acquatico.

Quante cose ei potrà narrare il giorno

che tra i nipoti suoi farà ritorno!

Il Topo, che nell'acqua è poco pratico,

prega affinché l'amica sia garbata

d'agevolargli un po' la traversata.

Trovato un piccol giunco, ecco che a mezzo

la Rana glielo stringe dei ginocchi,

poi, quando entrambi fûro andati un pezzo,

quella che tira pensa di sommergerlo

per farne ghiotto pasto a' suoi ranocchi.

Egli invoca il diritto delle genti,

chiama gli dèi, ma l'altra fa la sorda:

è la pietanza troppo grassa e ingorda,

perché la trista guardi a' suoi lamenti,

e a tira tira un bel pezzetto giocano.

Mentre dura nell'acqua la battaglia,

un Nibbio, che nell'aria fa la ronda,

vede quei cosi diguazzar nell'onda

e come un Nibbio subito si scaglia,

pigliando entrambi a mezzo del legacciolo.

Nell'aria ritornò l'uccel grifagno

lieto in suo cor del duplice guadagno,

e carne e pesce cucinò per cena.

L'insidia è spesso a chi la fa terribile,

e sull'ingannator torna la pena.

XII - Tributo che gli animali mandarono ad Alessandro

Correva ai tempi antichi una leggenda

famosa, ch'io non so proprio se meriti

d'esser contata; a voi per quel che possa

aver di sale, amici, io ve la vendo.

Strombazzato la Fama avea pel mondo

che Alessandro, figliuol almo di Giove,

nulla volea di ciò che vive in terra

lasciar libero più, ma tutte quante

render le cose al scettro suo soggette.

Quindi ordinato avea che quanti sono

popoli a quattro ed a due piè sul globo,

elefanti, serpenti, uomini e vermi,

e tutta intera dei canori augelli

la famiglia, prostrati a' suoi ginocchi,

giurasser tutti obbedienza e omaggio.

Va colle cento trombe, e gran spavento

diffonde la gran Dea fra gli animali

non avvezzi a servir che al capriccioso

e natural istinto. Or come mai

potranno a nuovo re piegare il collo?

Presto fuor delle tane a torme sbucano

e nel deserto in assemblea si adunano,

e dopo molta agitazione e chiacchiere

si vota di obbedire. Dell'omaggio

trascritta in cartapecora la formola,

alla Scimmia assegnˆr la delicata

politica di svolgere gli articoli.

Quanto al tributo un vicin re, che molte

cave d'or possedea, diede i denari

fin che si volle. Indi si venne al modo

di trasportar il prezioso carico.

L'Asino e il Mulo offrirono la schiena

e a lor si aggiunse per aiuto in seguito

il Destriero e il Cammello. E vanno. Appresso

vien la Scimmia, l'illustre diplomatica.

E vanno un pezzo, allor che ad un crocicchio

incontran l'illustrissimo Leone,

(almen commendator) che dice: - O bravi,

ben trovati! viaggio anch'io, signori,

per quelle parti e vo a pagar la tassa:

anzi, fatemi grazia, ove non pesi

troppo, di prender questo mio fardello

un po' per uno infino alla città.

Così potrò più libero e più pronto

difendervi, se mai ne assalti alcuna

delle bande che infestan questi boschi -.

Ad un Leon non si usa dir di no.

Anzi vien ricevuto con rispetto,

e sollevato, e corteggiato; e vanno

superbi di servir a un'Eccellenza,

che alla barba di Giove e di suo figlio,

grasso e beato del suo bel far nulla,

vive sui fondi della cassa pubblica.

Arrivan finalmente a un praticello

tutto smaltato a variopinti fiori,

tra ruscelli scorrenti, ove le mandre

lieta fanno sul pascolo la vita,

tranquillo albergo di soavi aurette.

Quivi accusa il Leon non so qual foco

che gli brucia le viscere e, piangendo,

- Lasciate, - dice, - ch'io rimanga in questo

luogo tranquillo a risanar la febbre.

Andate voi, lasciatemi soltanto

per le occorrenze il mio denar -. Si tolgono,

si slegano i sacchetti e - O vista! - esclama

il Leon, che di giubilo saltella, -

ve', ve', quanti figlioli a me le doppie

han generato, e già, guardate, amici,

molti son grandicelli e poco meno

delle madri. Il prodotto è roba mia... -

E sì dicendo, tutto l'oro acciuffa.

La Scimmia e gli altri restano sì scossi,

che non osan fiatar. Indi ripresa

lemme lemme la strada, ad Alessandro

chiedon ragione. - Ad Alessandro? e come

avria potuto render lor giustizia?

È ben che il ladro mai non rubi al ladro,

dice il proverbio, e poi si sa da un pezzo:

Leon non mangia carne di Leone.

XIII - Il Cavallo che volle vendetta dal Cervo

Non sempre i cavalli portaron la briglia,

ma quando pascevasi l'umana famiglia

di ghiande, i cavalli si videro e gli asini

andar per le selve,

com'oggi le belve.

A quei tempi erano ignoti

tanti basti e tante selle,

e predelle e ferri e maglie

da battaglie.

E non c'era l'abbondanza

delle splendide carrozze

su cui vanno oggi le belle

alla danza,

alle feste, ed alle nozze.

Il Cavallo col Cervo ebbe contesa,

e non potendo vincerlo nel corso,

all'Uomo fa ricorso,

perché l'aiuti a vendicar l'offesa.

L'Uomo gli salta in groppa, e dato un freno

da rodere al protervo,

sì lo spronò, che finalmente il Cervo

nel corso venne meno.

Rivolto all'alleato:

- Grazie, - dice il Caval non troppo saggio, -

permetti ch'io ritorni ancora al prato,

albergo mio selvaggio -.

- Scusami, amico! - a lui l' altro rispose, -

ho fatta una scoperta,

che servir mi potresti in varie cose:

talché non ti conviene l'aria aperta.

Resta con me: la passerai non male

sprofondato in un morbido giaciglio -.

Comprese allora il povero animale

quanto pazzo era stato il suo consiglio.

Che giova il ventre pieno

senza la santa libertà? Già pronta

era la stalla e preparato il fieno,

e ancora adesso il suo peccato sconta.

Saggio chi sa dimenticar l'offesa.

È la vendetta un tristo godimento,

se tu la compri d'un piacere a spesa,

che degli altri piaceri è il condimento.

XIV - La Volpe e il Busto

I grandi, presi in blocco, son di solito

larve di commedianti,

che fanno effetto sol sugli ignoranti.

I ciuchi a lor s'inchinano,

perché capir non sanno

più in là di quel che vedono;

ma i furbi, che con più prudenza vanno,

dapprima non si fidano

se in ogni parte chiaro non ci vedono,

o come quell'antica Volpe fanno.

Un dì (narra la favola) innanzi a un colossale

busto d'un grande eroe la Volpe si fermò,

e subito esclamò:

- Testa stupenda e nobile opera di scalpello,

ma vuota di cervello -.

Di quanti miei signori anch'io direi l'eguale!

XV - Il Lupo, la Capra e la Capretta

Prima d'uscire al pascolo, la porta

col saliscendi al malguardato ovile

chiuse la Capra accorta,

e disse alla Capretta: - Anima mia,

la porta non aprire a chicchessia,

se non ti dice il motto:

canchero al Lupo e a quello che lo porta -.

Intese il Lupo che in un canto, chiotto,

sen stava ad ascoltare,

e si fissò quelle parole in mente.

Poi, certo che la bimba non avria

conosciuto il terribile compare,

corre all'uscio e con voce da priore:

- Canchero al Lupo, - esclama, - apri, mio core -.

Credea così d'entrar subitamente,

ma l'altra che spiò dal finestrino

risponde (degna figlia della Capra):

- Caro, se vuoi ch'io t'apra

dammi a vedere in prima lo zampino -.

Lo zampino del Lupo voi sapete

che non è poi la cosa

a vedersi più bella e più graziosa.

Vedendo il vecchio astuto

che mal serve la rete,

torna a casa così com'è venuto.

Non è mai la prudenza inopportuna,

due chiavi chiudon l'uscio meglio d'una.

XVI - Il Lupo, la Madre e il Bambino

Questo Lupo mi chiama alla memoria

un altro Lupo a cui toccò di peggio,

del qual dirò la genuina istoria:

Stava messer il Lupo alla vedetta

d'un casolar assai fuori di mano,

se mai la sorte, mentre ch'egli aspetta,

non avesse a mandargli sottomano

o un vitello di latte o una capretta,

o un pollo d'India, o qualche altro provento,

di cui ne passa sempre un reggimento.

Un dì che si annoiava, ode ad un tratto

una donna gridare a un suo Bambino:

- Aspetta, piangi ancor, se fai da matto

quel tal Lupo che mangia chiameremo -.

Messer il Lupo, precorrendo il fatto,

ringrazia il ciel del ghiotto bocconcino.

Ma tosto ella soggiunse: - Zitto, caro,

non pianger più, tesor, dormi, mio bello;

se venire oserà Lupo mannaro,

lo piglieremo e poi l'ammazzeremo -.

- Che cosa è questa? - allor Mangiamontoni

disse, - O che siamo Lupi da zimbello?

Se mi casca il marmocchio negli unghioni,

mentre che al bosco va per le nocciole,

vedrà se Lupi siam da donnicciuole! -

In questa un can, che andava vagabondo,

fiuta il Lupo, dà il segno, escono in venti,

con forche, spiedi, par la fin del mondo!

- O che vieni a far qui? - gridano in venti.

- Mi ha chiamato la donna e per lo scopo...

- Ah brutto muso! e avrò per i tuoi denti

partorito il mio Bimbo tenerello? -

Dàlli dàlli... e l'ammazzan come un topo.

Un villan gli troncò la testa e un piede

che comperò il signore del castello.

Qui confitta al portone ancor si vede

una vecchia iscrizion sopra un cartello:

O luv, fidève nen d'maman ch'a cria

a sua masnà, ma scapè subit via.

XVII - Parole di Socrate

Socrate fabbricava una casetta

e ognun voleva dire qualche cosa:

o ch'era troppo larga o troppo stretta,

ch'era bassa, una tana, una casupola

indegna di persona sì famosa.

- Per piccola che sia,

piacesse al ciel, - risponde quel sapiente, -

che fosse piena di sinceri amici -.

E fu bene risposto in fede mia!

Ognun si chiama amico, ma demente

è chi sopra un tal nome si riposa,

d'amico il nome è forse il più frequente,

ma la vera amicizia è rara cosa.

XVIII - Il Vecchio e i suoi Figliuoli

Nell'Unïon la Forza! - A questo alto concetto,

antico quanto Esopo,

per quanto io venga dopo, non voglio un filo aggiungere.

So che Fedro non esita a rincarar sovente

per ambizion la dose;

se allargo io qualche volta, non è di vane iperboli

amor, ma per dipingere soltanto delle cose

presenti il novo spirito e i vizi della gente.

Un uom, che i piedi avea già quasi nella fossa,

fatto di dardi un fascio, disse ai ragazzi suoi:

- Vediam chi questo fascio sa rompere di voi,

e ciò che insiem lo stringe vi spiegherò di poi -.

Prova il maggior e un altro, riprova anche il più forte

con gran sforzo di muscoli,

ma invano. D'una linea i dardi non si piegano.

Allor disse il Vecchietto vicin quasi alla morte:

- Da solo, o gente debole, saprò vincer la prova -.

Risero i Figli e alcuno

pensò ch'ei fosse matto:

ma poscia più non risero, quando il fascio disfatto,

il Vecchio prese a rompere i dardi ad uno ad uno.

- Tal è della concordia, - soggiunse, - la possanza! -

E il Ciel supplica e prega

il moribondo padre che in ogni circostanza

amor li stringa, amore, ch'ancor sì ben li lega.

E molt'altre parole aggiunte, ei disse: - Addio,

io vado ove mi aspetta co' miei parenti Iddio.

Ma spero che sarete sempre buoni fratelli... -.

E mentre piangon essi, versando un mar di lagrime

il vecchio in ciel sen va.

Sepolto il genitore, i tre figli raccolgono

la bella eredità,

bella, ma inviluppata da questioni e cause

con prossimi e vicini, e imbrogli in quantità.

Dapprima i tre fratelli, stando d'accordo, vinsero,

ma non duraro un pezzo.

Ché tosto l'avarizia, l'ambizïon, l'invidia

si misero di mezzo,

e liti e controversie scoppiaron tra di loro

a lor danno e disdoro.

Al chiasso ch'essi fanno, com'era naturale,

si svegliano i parenti e i vecchi creditori,

che ancora in tribunale

ripigliano le cause, rinnovan le procure,

trovan le cose oscure, assurde, inviluppate

o male giudicate.

I tre fratelli in lite fra lor e di contrari

pareri, il fianco aperto lasciano agli avversari,

e il senso a loro spese conobbero, ma tardi,

di questi disuniti e ben legati dardi.

XIX - L'Oracolo e l'Empio

Folle chi spera d'ingannare i Cieli!

I raggiri dell'uomo Iddio confonde;

tutto ciò che il tuo cor serra e nasconde,

tutto convien che all'occhio suo si sveli.

Un Pagan, che puzzava un po' d'eretico,

e credeva agli dèi

forse con beneficio d'inventario,

per ingannar l'Oracolo

andò un giorno d'Apollo al santuario.

- È vivo o morto ciò ch'io stringo in mano? -

disse il Pagano, per tirare in trappola

Apollo e per confondere i miracoli.

E in mano aveva un uccellin mal vivo,

pronto, secondo il caso,

a lasciarlo scappar, o piano piano

a soffocarlo. S'ingannò lo sciocco,

ché Apollo, il qual fiutò tosto il tranello,

- O vivo o morto, ti conosco, allocco, -

disse, - agli allocchi serba le tue trappole -.

E il corbello rimase ancor corbello.

È inutile ch'io aggiunga

che certi strattagemmi non si fanno

con chi ci vede ed ha la mano lunga.

XX - L 'Avaro e il Tesoro

Mal possiede colui che ben non usa

del suo denar, sappiatelo, o taccagni,

che i guadagni ammucchiate sui guadagni

e non avete un soldo all'occorrenza.

Chi trova differenza

tra un Giobbe, che languisce sul letame,

e gli avari che muoiono di fame?

Parlando d'un Avar, che un suo tesoro

nascose in terra, Esopo in una favola

ha detto cose d'oro.

Questo avaraccio sordido,

padrone no, ma schiavo egli dell'oro,

di nascere aspettava un'altra volta

il suo denar per spendere.

Teneva egli sepolta

sotto terra una pentola ripiena

di bei doppioni ed il suo cor con loro;

e giorno e notte andava, anima in pena,

sempre il pensier raccolto

al morto suo sepolto.

In strada, a letto, a tavola,

sempre temea che qualche temerario

osasse, oh Dio! toccarne il santuario.

Seguendo i passi dell'avaro un dì,

un certo beccamorto sospettò

dov'era il morto e lo diseppellì.

Quando venne il vecchione e ritrovò

vuoto il nido, per poco non morì.

Chi mi sa dire i gemiti

del nostro pover'uomo e chi le lagrime

e l'ira onde si lacera

le vesti a quell'orribile misfatto?

- Il mio tesor m'hanno rubato, ahimè! -

gridava il mentecatto.

- Il tuo tesor? - un passeggier chiedé.

- Il mio tesor ch'era sepolto qui

sotto una pietra. - Tempo ora non è

da seppellir il tuo tesor così.

È meglio il tuo denar, almen mi pare,

in casa conservare o non lontano,

se vuoi di volta in volta ad un bisogno

averlo sottomano.

- Di volta in volta, dici? ah buon Gesù!

Io non avrei mai più

toccato ciò che a stento

si raccoglie e sparisce in un momento.

- Allor, amico, a che servono i guai? -

il passeggier rispose a quell'ossesso,

- Se il tuo tesoro non lo tocchi mai,

mettici un sasso, e servirà lo stesso -.

XXI - L'Occhio del Padrone

Un Cervo entro una stalla a rifugiarsi

corse un giorno, ma i buoi

non volendo saper de' fatti suoi,

comandarono a lui d'allontanarsi.

- O amici, - disse il povero animale, -

non mi cacciate via:

io vi dirò, se non mi fate male,

dove potrete grassa prateria

ed erba ritrovar buona per voi -.

A quest'offerta si piegaro i buoi.

Il Cervo in un cantuccio rintanato

piglia coraggio e fiato,

e quando quasi sul finir del giorno

vennero i servi a portar erba e fieno,

e venne nientemeno

il sor soprintendente,

non che d'un Cervo, quella buona gente

non si accorse dell'ombra pur d'un corno.

Il lesto abitator della foresta

rende già grazie ai bovi,

e sospira il momento in cui non resta

persona in stalla per alzar le piante.

Ruminando un de' buoi - Va ben, va bene, -

gli dice, - ma se viene

l'uom dai cent'occhi, come sempre suole,

e guarda e cerca intorno,

scommettere non vo' sopra il tuo corno -.

Ed ecco entra il Padrone, entra ed adocchia,

chiama, rimbrotta i suoi.

- Ehi là, - dice, - quest'erba è troppo poca,

ehi qua, non c'è pe' buoi

letto più fresco? presto, alto, in cascina:

chi mi rovina le bestie? Olà,

c'è gran difficoltà

a toglier quattro ragnatele ai muri?

Brutti figuri, e questa roba? e questa? -

Così girando, ed adocchiando, a un tratto

uscir vede una testa

diversa dalle solite.

Dàlli, addosso, la povera

bestia è scoperta. I servi

con forche e spiedi accorrono

da ammazzare non un ma cento cervi.

Invan, trafitto, ei lacrima,

ucciso, trasportato e ben salato,

tornò più volte in tavola

piatto ai vicini molto prelibato.

Non vede ben che l'occhio del Padrone,

dice Fedro con stil molto elegante.

Per fare più completa la lezione,

aggiungeremo: e l'occhio dell'amante.

XXII - L'Allodola, i suoi figli e il Padrone del campo

Aiutati da te, dice un proverbio

ch'Esopo al tempo suo già mise in credito.

Entro le biade ancora verdi e tenere

il nido fan le allodole

nella bella stagion che si apre e pullula

la terra ai primi amori,

quando leoni e gelidi

mostri marini e allodolette sentono

a un modo i dolci ardori.

Avea veduto una di queste allodole

marzo ed april trascorrere,

senza gustar le tenerezze e i palpiti

che fan sì dolci al cor marzo ed aprile.

Pensò quindi non perdere

tempo più. Subito il nido appresta,

l'ova depone e cova e tragge i piccoli

dal guscio lesta lesta.

Poi che già bionde eran le spiche, in ansia

vivea la mamma Allodola

di veder colle falci il campo a mietere,

prima che i figli fosser grandi al volo.

E ognor li prega (ove le occorra i piccoli

lasciar e il nido solo)

perché l'orecchio

attenti porgano

quali discorsi tiene

il mietitor, quando nel campo viene.

Un giorno quelli ascoltano

che l'uom del campo ai figli suoi dicea:

- Bionda è la spica, or che si aspetta ancora?

Dite agli amici che le falci apprestino

e vengano con noi le biade a cogliere

dimani sull'aurora -.

Quando tornò l'Allodola,

trovò il suo caro nido in iscompiglio:

- O mamma, un gran periglio

ne sovrasta. Egli ha detto che verranno

diman gli amici suoi per dargli mano

a mieter questo grano.

- Lasciate ogni sospetto, -

a lor rispose la prudente Allodola, -

se questo solo ha detto,

non c'è ragione in ver d'essere in pena;

udremo poi quel che dirà, frattanto

mangiate allegramente, ecco la cena -.

Ed a' suoi figli accanto,

quindi si addormentò la saggia Allodola.

Già l'alba erasi desta e già pel solito

cibo la buona madre si allontana,

ma al campo non arrivano

i mietitori. A' figli suoi rivolto,

dice il Padron: - O che gli amici dormono

anche a quest'ora? la mi sembra strana.

Poiché gli amici sono al far sì lenti,

ite, ragazzi, e fate un nuovo invito

per domattina a casa dei parenti -.

Maggior spavento allor conturba i semplici

uccellini che: - O mamma, o mamma, - gridano, -

i suoi parenti, ha detto,

verran dimani allo spuntar del sole.

- Le solite parole

che non avranno effetto, -

dice la madre, e fu proprio così:

ché dei parenti non si vide l'ombra

allo spuntar del dì.

Pazzo colui che fuori delle maniche

non sa tirar le braccia

ma nell'aiuto altrui sempre confida!

- Andiam, figliuoli, - grida

il padre a' figli suoi, - per quanto faccia,

parente al mondo più fedel non c'è

di chi sa far da sé.

Noi prenderem dimani

le nostre falci e colle nostre mani

il raccolto faremo e finiremo -.

Udito questo: - Andiam, - disse l'Allodola, -

non c'è tempo da perdere,

queste parole son l'avviso estremo -.

E svolazzando i piccoli,

ognuno come può,

la tenera famiglia dell'Allodola

senza trombetta subito sloggiò.

« La Fontaine | Tutte le Favole ˆ