Favole di Jean La Fontaine

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Favole di Jean La Fontaine

LIBRO QUINTO


I - Il Boscaiolo e Mercurio

(Al signor C. D. B.)

All'opra mia, Signor, norma e misura

diedi il vostro gentil senso del bello,

a cui spiace dell'arte ambiziosa

i fronzoli e gl'inutili ornamenti.

La penso anch'io così. Guasta dell'arte,

per troppa voglia d'abbellir, la schietta

semplicità l'indocile poeta.

Anch'io discrete amo le Grazie. Esopo

apre la via per cui cerco a quel fine

alto seguirlo, ove egli tende, anch'io.

Se mai non tragge il mio lettor alcuna

dottrina o compiacenza, oh almen mi giovi

l'indole allegra, che allo scherzo mira,

e che conduce il vizio alla burletta.

Tal mi son io, se a me non diede il Cielo

omeri e braccia d'Ercole robuste.

Invidia e vanità sono i due gangheri,

su cui si aggira questa vita umana

e dove anch'io la favoletta impernio.

Vizio e virtù, l'un contro l'altra armato,

senno e stoltezza in bilico e contrasto,

ecco il gioco, onde spiegasi siccome

possa la rana invidiar del bove

la grandezza, e gonfiar fino alla morte,

e il lupo urlar contro l'agnello e in guerra

mover la mosca e l'umile formica.

Questa è l'opera mia, che si distende

ampia comedia in cento atti diversi,

e che per fondo ha l'universo intero.

Uomini, Dèi, lo stesso alto Tonante,

e gli animali e il portator di belle

ambasciate alle belle, almo Mercurio,

passano in volta, ognun pronto al mio cenno.

Ma non perciò, Signor, venni quest'oggi

innanzi a voi. Mi chiama altro argomento.

Un Boscaiol un dì smarrì la scure,

da cui traeva il suo boccon di pane,

e non avea da vendere neppure

i cenci suoi per vivere dimane,

onde piangendo supplica gli dèi,

- O mia scure, - gridando, - o dove sei?

O Giove, a me la rendi e mi darai,

signor del Cielo, una seconda vita! -

Nell'Olimpo risuonan questi guai

tal che Mercurio, l'alma intenerita,

- La scure - dice - che piangendo chiedi,

la sai tu riconoscer se la vedi? -

- Altro che! - quel risponde. - È questa forse? -

E gli porge una scure tutta d'oro.

- Non è questa -. Egli un' altra gliene porse

d'argento. - Non valea tanto tesoro -.

Mercurio allor ne trasse una di legno.

- Ah! questa è mia, la riconosco al segno.

Lieto sarei, se tu mi dassi questa -.

- E tu le avrai buon uomo, tutte e tre.

La tua fede è sì grande e tanto onesta,

che pagata vuol essere da me -.

- Quando è così, - risponde il poveretto, -

con tutto il cuore, o mio Signor, l'accetto -.

Quando si seppe il caso, in un momento

ogni altro Boscaiol perdé l'arnese,

quindi risuona il Ciel di un tal lamento

che Giove n'ha le orecchie un poco offese.

Scende Mercurio nuovamente a loro

e mostra a ciaschedun la scure d'oro.

Per non parere gente mammalucca,

dicon tutti: - Sì, sì, quella è la mia -.

Mercurio gliela dà, ma sulla zucca

a castigar la loro ladreria.

O furbi, è sempre buono di saperlo,

che il Padre eterno non è poi sì merlo.


II - Il Vaso di terra e il Vaso di ferro

Un Vaso di ferro a un altro di creta

un giorno chiedeva: - Viaggi, vicino?

- No, caro, la fragile natura mel vieta,

restare desidero accanto al camino.

Un picchio, uno spigolo, che a sorte mi tocchi,

può subito mettermi in quindici tocchi,

viaggi chi il corpo si sente più saldo,

qui dentro la cenere deh! lasciami al caldo -.

Il Vaso di ferro per fargli coraggio:

- Non darti pensiero, diletto vicino,

in ogni momento del nostro viaggio

avrai nel mio corpo usbergo e cuscino.

I colpi e gli spigoli conosco da un pezzo,

e vigile sempre a mettermi in mezzo,

né corpo, né punta di cosa un po' dura

non fia che ti rechi dolore o frattura -.

A queste parole il debol si attacca

al forte compagno, e vanno con Dio:

ma zoppica tu che zoppico anch'io,

un fianco si pesta, un altro si ammacca.

Non vanno mezz'ora che contro il più forte

ha rotte le costole il Vaso di terra.

Chi sta co' suoi pari, in pace ed in guerra,

del povero Vaso non corre la sorte.


III - Il Pesciolino e il Pescatore

Un pesciolin diventa un pesciatello,

e poi, la Dio mercé, se mangia e cresce,

è ver, diventa un pesce;

ma non dimostra aver troppo cervello

chi lascia il pesce piccolo

per pigliarlo di poi più grosso e bello.

Un Carpioncel meschino

nella rete incappò del Pescatore.

- Ogni poco fa numero, - in suo core

disse quell'uomo, e il butta nella cesta

per cominciar la festa.

- Sono così piccino e inconcludente, -

il pesciolin gridò, -

che in me non hai da consolare un dente.

Lasciami andar, quando sarò carpione,

nella tua rete, il giuro, tornerò.

Allora sì che avrò la proporzione

da far un buon contratto:

mentre occorron dugento pari miei

a riempire un piatto,

e tal piatto, che anch'io non mangerei -.

A lui rispose il furbo Pescatore:

- Insipido sì o no, nella padella,

pesce predicatore,

andrai stasera, e quasi mi lusingo

che sarà la tua predica più bella -.

Un ho vale di più di cento avrò,

l'uno almeno è sicuro e l'altro no.


IV - Le Orecchie della Lepre

Un animal cornuto

col corno offese un giorno il Re Leone,

che per levar fin anco l'occasione

sbandì tutte le bestie dal suo regno

ch'han sulla fronte qualche aguzzo segno.

E cervi e becchi e buoi, capre e capretti

a far fagotto furono costretti

ed a cercar paese più sicuro.

Vedendo anche la Lepre degli orecchi

l'ombra allungarsi aguzza sopra il muro,

temé che qualche inquisitor, per poco

pigliandole per corna,

non le facesse un maledetto gioco.

- Addio, Grillo, - esclamò, - cambio dintorni

per cagion, tu lo sai, di questi corni -.

- Corni questi? - rispose il Grillo astuto.

Per quel che vedo anch'io

son orecchie, amor mio, delle più belle

che sian uscite dalla man di Dio.

- Corni od orecchi, se ad alcuno il ruzzo

o l'interesse torna

di dire che son corna,

n'avessi sulla fronte

meno ancora di quelle ch'ha lo struzzo,

saranno corna, corna da bisonte.

Che giova il protestare? ti si piglia

e ti si porta dritta alla Bastiglia -.


V - La Volpe dalla coda mozza

Una Volpe più furba del diavolo,

che sentiva di volpe lunge un miglio,

famosa mangiatrice

di galline e terror d'ogni coniglio,

un giorno restò presa in una trappola.

Poté fuggir, ma nel fuggir la coda

restò tra i ferri in pegno.

Piena di rabbia quindi e di disdegno,

non volendo esser sola in quella moda,

un dì nell'assemblea

delle Volpi esponeva questa idea:

- Che mai si fa di questa roba inutile

che spazza il sozzo fango della via?

Non sarebbe più bello e assai più comodo

addirittura di tagliarla via?

- Magnifica proposta! -

soggiunse qualcheduna ivi presente, -

voltatevi di là, madama, e subito

avrete la risposta -.

A questo dir scoppiò di risa un tale

fracasso generale,

che seguitò la coda

a rimaner di moda.


VI - La Vecchia padrona e le due Serve

Una Vecchia stizzosa come un cane

al suo servizio mantenea due schiave,

tanto leste al filare e tanto brave,

che avrian rubato anche alle Parche il pane.

La Vecchia avara la giornata intera

le faceva filar, sempre filare,

sempre col fuso in man dall'alba a sera,

anche il tempo cred'io del desinare.

Quando sull'alba in punto il suo galletto

salutava il gran Febo luminoso,

la Vecchia sgambettava fuor del letto

in un giubbone lacero e tignoso.

Accendeva una lampa e senza indugio

si dirizzava verso lo stambugio,

dove in braccio del Sonno abbandonate

dormivan le due donne disgraziate.

L'una si stira e ricomincia i guai,

l'altra, schiudendo un occhio, il consueto

augurio manda a quel gallo indiscreto

che canta sempre e che non crepa mai.

Per mantenere forse la parola,

un bel giorno il galletto si trovò

nel sangue con un ferro nella gola.

Ma l'assassinio il male peggiorò.

Ché per timor che passi troppo l'ora,

come se fosse da un folletto invasa,

la Vecchia molto prima dell'aurora

si sente tramestare per la casa.

Così le donne per amor di pace

dalla padella cadder nella brace.


VII - Il Satiro e il Passeggero

Senza tappeto, tavola e divano,

in fondo a una selvatica

grotta si trasse un Satiro

a desinar colla scodella in mano.

Accanto i figli e la diletta moglie

sul musco anche sedevano

e lieti masticavano.

Semplicità l'appetito non toglie.

Colto dall'acqua come il Ciel la manda,

un Passegger ospizio

cercò nell'antro, e subito

fu invitato a gustar della vivanda.

La cortesia tornò molto gradita

all'uom, che freddo ed umido,

per riscaldarsi l'unghie

col fiato si soffiò sopra le dita.

E quando fu servito il desinare,

ancor sopra ci soffia.

Meravigliato il Satiro

gli dimandò: - Che giova ora il soffiare?

- Soffiando, come ho fatto, scaldo in pria

le dita, e quindi soffio

per raffreddar il liquido -.

Disse il Satiro allor: - Caro, va' via,

a me sembra una cosa assai barocca,

e tolga il Ciel ch'io voglia

dormir con un che soffia

il caldo e il freddo dalla stessa bocca -.


VIII - Il Cavallo e il Lupo

Un Lupo nella dolce primavera

quando i prati la mite aura rinnova

ed escon gli animali alla pastura,

un Lupo, dico, andando alla ventura,

in mezzo a un praticello

vide un Cavallo abbandonato e bello.

- Buon pro, - disse fra sé, -

a chi saprà servirselo per cena.

Se invece di caval fosse montone,

sarebbe quel boccone

che più conviene a me,

che piglierei d'un salto e senza pena.

Ma qui, - soggiunge il ghiotto, -

ci vuol malizia -. E a passi misurati

vien innanzi e si spaccia a lui per dotto

discepolo d'Ippocrate,

che sa guarire i mali più invecchiati

col semplice decotto

dell'erbe ch'ei conosce ad una ad una

(sia detto senza alcuna vanteria)

come se fosse nato in spezieria.

- Quando un Cavallo va così slegato,

- gli dice, - in mezzo al prato,

in medicina questo è un gran segnale

ch'egli si sente male.

Se don Poledro vuole ch'io lo visiti,

prometto di guarirlo

gratis, s'intende, e senza obbligazione.

- Se vuoi saper, - risposegli il Cavallo, -

ci ho una pustema grossa sotto un piede -.

E il medico burlone:

- Ahimè, son mali seri

e che richiedon qualche operazione

un po' pericolosa.

Ma non importa, credi all'arte mia,

io so la chirurgia

e servo dei cavalli cavalieri -.

E mentre il furbacchiotto si avvicina

per stringere il malato,

questi che odora il fiato

all'animal sapiente,

gli stiaffa in viso un calcio sì potente,

che il naso manda in broda

e i denti e le mascelle gli dischioda.

Il Lupo nel partir disse in suo core:

- Fornaio, fa' il fornaio,

ognun il suo mestier faccia pel quale

dal Cielo è destinato -.

Un Lupo nato ad esser macellaio

sarà sempre un gran povero speziale .


IX - Il Contadino e i suoi Figli

Lavorate, faticate,

un tesoro

immancabile è il lavoro.

Un ricco Contadino, ridotto al lumicino,

chiamò d'intorno i Figli e a lor così parlò:

- Il vostro poderetto

mai non vendete, o figli, perché di certo io so

che v'è sotto nascosto un gran tesor... Zappatelo,

scavatelo, frugatelo,

e troverete ciò che vi prometto -.

Quando fu morto il padre, per gola del tesoro

corrono i figli e zappano,

scavan di qua di là la terra in ogni lato.

E avvenne proprio quello che disse il padre loro;

ché, il campo lavorato e dissodato,

trasser sì gran raccolto in fin dell'anno,

che quasi dove metterlo non sanno.

Ben fu il padre saggio astrologo

nel mostrare che il lavoro

da sé solo è un gran tesoro.


X - La Montagna che partorisce

Una Montagna presso a partorire

di tali strida l'aria riempiva

che la gente, che udiva da lontano,

diceva: - Il fantolino

una città sarà come Milano -.

E nacque in quella vece un topolino.

Pensando a questa favola

così falsa di fuori e vera in fondo,

mi raffiguro certi poetonzoli

che prometton cantare il finimondo

e Giove e il tuono e i fulmini e i Titani.

E d'una cosa sì straordinaria

non ti resta allo stringer delle mani...

che cosa? - un poco d'aria.


XI - La Fortuna e il Ragazzo

Tornando dalla scuola un ragazzino,

si pose a sonnecchiar soavemente

sopra l'orlo d'un pozzo assai profondo.

Ogni cosa ai ragazzi è un buon cuscino.

Se un vecchio fosse stato sì imprudente,

o un padre di famiglia,

scommetto che sarìa cascato in fondo.

Fortuna volle che la dea Fortuna

passasse a lui vicino,

e assai cortesemente lo svegliò.

- Mio caro, - disse, - ascolta,

non esser sì imprudente un'altra volta,

perché sempre vicina non sarò.

Se tu cadi la colpa mia non è,

ma la gente la piglia poi con me -.

Avea ragion da vendere

la buona dea volubile,

che al mondo d'ogni male

è fatta responsabile.

Sempre gli sciocchi pensano

di scaricar la colpa dei malanni,

tirando la Fortuna per i panni.

Sia l'uomo dritto o storto,

sempre Fortuna ha il torto.


XII - I Medici

Dottor Nero e dottor Rosa

d'un malato accanto al letto

fra di loro disputavano:

- Malattia pericolosa, -

l'un dicea. - Faccenda seria!

Il malato

per mio conto è già spacciato.

- Al contrario, dottor Nero, -

dicea l'altro, - ed io prometto

di tirarlo fuor del letto -.

Tra due Medici in contrasto

ne' giudizi e nella cura,

il malato, poveretto,

pagò il debito a Natura.

- Non l'ho detto, non l'ho detto? -

esclamava dottor Nero, -

il malato a' miei pronostici

ha creduto più che a voi.

- Grazie tante, - trionfante

disse l'altro, - ma il malato,

se creduto avesse a noi,

non sarebbe mai crepato.


XIII - La Gallina dalle uova d'Oro

Della seguente favola il costrutto

è fatto per coloro

che, per troppo voler, perdono tutto.

Aveva un certo tale una Gallina,

che faceva ogni giorno un ovo d'oro.

Credendo che la bestia peregrina

chiudesse in grembo qualche gran tesoro,

l'uccise, e aperto il fianco,

la sua Gallina simile trovò

a tutte l'altre che fan l'ovo bianco,

così il suo danno ei stesso procacciò.

Convien questa lezione

a molta gente senza discrezione.

Non son gli esempi rari

di quei che, per la gola dei denari,

della fortuna al gioco

perdono il molto e il poco.


XIV - Il Mulo che porta reliquie

Nel portar certe reliquie

un muletto lusingavasi

che per lui gl'incensi fossero

e le lunghe litanie,

onde spesso riverente

per le piazze, per le vie,

salutavalo la gente.

Ma trovò chi finalmente

gli levò dal cor l'inganno:

- Non per te gl'incensi e i cantici,

bestia sciocca,

dal buon popolo si fanno,

ma per ciò che in spalla porti.

Rendi dunque alle reliquie

quest'onor che non ti tocca -.

Alla croce, al grado, al titolo,

illustrissimi cretini,

non a voi sono gli inchini.


XV - Il Cervo e la Vite

All'ombra d'una vite alta e frondosa,

come crescon sovente

nei caldi climi, un Cervo, spinto in caccia,

timido si accovaccia.

E nella selva delle foglie spesse

poté salvar la pelle sua preziosa.

I cacciatori chiaman dalla traccia

i mesti cani, ma la bestia ingrata

non si mette a brucar la sua benevola

benefattrice come un'insalata?

E mal per lui! ché allo stormir ritornano

i cani, e addosso, piglia,

del suo sangue la vite ei fe' vermiglia.

Invan piange la bestia,

invan pietà dai cacciatori supplica;

della sua carne ebbe ciascun un tondo

ed i cani ne furon consolati.

Esempio a quanti ingrati son nel mondo.


XVI - Il Serpente e la Lima

Vicino a un oriolaio

abitava, raccontano, un serpente

(incomodo vicino certamente),

che in bottega un bel dì dalla finestra

per desinare entrò.

Ma non trovando nulla,

né cacio né minestra,

a rodere una lima cominciò.

- Che cosa credi, o bestia, ora di fare? -

disse la Lima a lui tranquillamente,

- una lima di ferro rosicchiare?

O piccolo animal senza cervello,

prima che tu di me mangi un granello,

dovrai sul ferro consumare il dente.

Il tempo sol potrammi consumare -.

Questa è scritta per voi, spiriti gretti,

che, buoni a nulla, a mordere vi date

l'opere belle e gli uomini più eletti.

Mordete, poco è il danno

che i vostri denti fanno.

La virtù per l'invidia rosicchiante

è ferro duro, è bronzo, è diamante.


XVII - La Lepre e la Pernice

Delle disgrazie altrui fa' di non rider mai,

perché chi t'assicura

che sempre fortunato nel mondo esser potrai?

Ciò ben dimostra in varie

sue favolette Esopo,

e questa ancor ch'io recito

mira diritta a non diverso scopo.

Vivea la Lepre nello stesso campo

colla Pernice i giorni suoi beati,

quando un branco di cani scatenati

costrinser quella a chiedere uno scampo

nella sua tana oscura.

I Cani (ed alla testa era Grifone)

restaron colla voglia del boccone.

Ma il Lappa, un della scorta, un forte e baldo

cane levrier, filosofando a naso,

gli parve della preda

sentir l'alito caldo,

e fuori me la caccia dalla tana.

Molosso, andando a caso,

la trova, e dando a credere,

da cane che non ama dir bugia,

che gita sia lontana,

il tempo non le lascia

di dir Gesummaria.

- Che val, bestia minchiona,

d'aver la gamba buona? -

le dice la Pernice,

scherzandola... quand'ecco

i cani addosso accorrono

e la celia le mozzano nel becco.

Sull'ali confidava la meschina,

ma non avea ben fatto i conti suoi

col falco dalla zampa malandrina.


XVIII - L'Aquila e il Gufo

L'Aquila e il Gufo un dì, fatta la pace

e scambiato l'amplesso,

l'una giurò, parola di regina,

e giurò l'altro in fe' di barbagianni,

che non avriano a' danni e alla rovina

de' figli loro congiurato mai.

- Conosci i figli miei? - chiese l'uccello

caro a Minerva. - Io no.

- Or temo, se distinguerli non sai,

che tu ne faccia un dì tristo macello.

Voi grandi, per quel poco che ne so,

come gli dèi lassù,

non state a calcolare il meno e il più,

ma fate dei mortali

quel conto che si fa degli stivali.

Oh sì, povero a me

se me li mangi! ... - Amico, orbe', se vuoi

che non tocchi una penna a' figli tuoi,

me li presenti o fammene il ritratto.

- Davver? subito fatto.

Sono uccellini belli e graziosini,

che non hanno gli eguali infra gli uccelli.

Se tu li vedi, esclami: "Ecco son quelli".

In mente ben rimarca

questi segnali e fa' che per tuo mezzo

non entri in casa mia la trista Parca -.

Non molto tempo andò

che il barbagianni babbo diventò,

e un dì ch'egli era fuori per la spesa

l'Aquila venne, e visto in un oscuro

crepaccio d'una grotta, ovver d'un muro

(preciso ancor nol so),

certi uccellacci di sembianza offesa,

goffi, rognosi e cupi e rauchi al canto,

- Questi non son del nostro amico i figli, -

esclama, - e bene io posso

mangiarmeli -. Sì disse, e la grifagna,

che non è ne' suoi pasti pitagorica,

se li rosicchia tutti fino all'osso.

Quando il Gufo tornò dalla campagna,

e non trovò di tutti

i figli suoi che l'unghie e i becchi asciutti,

le grida disperate al cielo alzò,

e contro l'assassin lo sdegno e i fulmini

dei numi supplicò.

Ma fuvvi chi gli disse: - O barbagianni,

te stesso accusa autor de' tuoi malanni,

o il senso natural, che sempre vuole

chi ne somiglia render belli e amabili.

Meglio per te, se per amor de' tuoi,

non avessi gonfiate le parole.


XIX - Il Leone che va alla guerra

Volendo Re Leon scendere in guerra,

dirama un bando a tutti gli animali,

che vengan da ogni parte della terra

ciascun nelle sue fogge naturali.

L'elefante, oltre al combattere,

a portar l'artiglieria

e i foraggi è valentissimo.

Gran maestra in strategia

è la volpe, e sa la scimia

il nemico gabellar,

salta l'orso ed è terribile

le fortezze ad assaltar.

Volevano i ministri mandar via

gli asini sciocchi e i timidi lepratti,

ma non volle il Leone a tutti i patti.

- L'asino, - disse, - a fare da trombetta

ha una voce più forte della mia,

e la lepre sarà nostra staffetta -.

Il Leon capì, da saggio,

che si può cavar vantaggio

da qualunque attività.

Nulla è inutile a chi sa.


XX - L'Orso e i due Compari

Ad un vicin mercato due Compari,

a corto di denari,

vendettero d'un grande Orso la pelle,

d'un Orso, ben inteso,

che non aveano ucciso ancor né preso.

A sentirli, degli orsi era il campione,

e la pelle soltanto una fortuna

da foderar non una,

ma due zimarre contro il più ribelle

freddo della stagione.

Prometton che in due dì saranno pronti

la pelle a consegnar, non altrimenti

che la pelle trattassero d'un fico.

E senza fare i conti

coll'Orso, vanno in traccia dell'amico.

Vanno, ed ecco che subito si affaccia

la belva che galoppa e mostra i denti.

Contratto addio! non è quello il momento

di far affari colla bestïaccia,

ma di scappar... e scappan come il vento.

L'uno svelto s'arrampica su un albero,

l'altro si butta in terra colla faccia,

e fa il morto, non fiata, avendo udito

che l'orso con chi puzza di cadavere

di rado si è mostrato inferocito.

- Puzza da morto, andiamo, -

disse l'Orso e nel bosco si rintana.

Un degli amici scende allor dal ramo

e coll'altro di cuore si congratula

che ancor la sia passata così piana.

- E non t'ha della pelle anche discorso

quando il muso all'orecchio avvicinò?

- No, no, ma disse, se non ho frainteso,

che non bisogna vendere dell'orso

la pelle mai prima d'averlo preso.


XXI - L'Asino vestito della pelle del Leone

Un Asino, sebben asino tondo,

vestito della pelle del Leone,

il terror divenuto era del mondo.

Ma gli sbucò un orecchio e bastò questo

per svergognar quell'animal poltrone;

mastro bastone poi faceva il resto.

Vedendo che Martino,

il mugnaio, menava al suo molino

i leoni, stupì naturalmente

per via tutta la gente.

C'è in Francia e c'è in Italia dei messeri,

che tornan questo apologo di moda.

Lusso e sfoggio e di servi una gran coda

tengon luogo dei meriti sinceri.


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