Favole di Jean La Fontaine

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Favole di Jean La Fontaine

LIBRO NONO


I - Il Depositario infedele

Vostra mercè, della Memoria o figlie,

delle bestie cantai l'umili imprese,

né potean procurarmi una più grande

fortuna di più grandi eroi le gesta.

Colle stesse parole onde gli dèi

parlan nel ciel, il Lupo entro il mio libro

sermoneggia col Can che gli risponde.

Nascon diversi eroi. L'uno è solenne

e l'altro è pazzo: ma tra saggi e pazzi

è Follia che trionfa. Ancor io metto

sulla scena e ne traggo un denso coro,

fior di bricconi, ingannatori astuti

e prepotenti e ingrati bighelloni,

sciocchi e striscioni e, se volessi, a mille

i bugiardi di cui trabocca il mondo.

- Ogni uom puzza d'ipocrita! - Un sapiente

l'ha detto. - E ver? - S'egli parlar intese

della feccia del popolo, potrei

crederlo un poco e allor saria minore

e sopportabil danno; ma che tutti

grandi e piccini sian bugiardi, a stento

l'inghiotto. O forse è un bugiardone Esopo,

è Omero un bugiardon? Nel dolce inganno

de' sogni loro non risponde il bello

stile dell'arte onde s'infiora il vero?

E l'uno e l'altro su tal libro il falso

non hanno scritto, che dovrebbe eterno

durare e ancor di più, se non assurdo

è il dirlo? A tutti non è dato il dono

di sì belle bugie, ma posson tutti

frodar coll'arte di quel tal... Sapete

la bella istoria? - Orben, statemi attenti:

Pria di partir pe' suoi lunghi viaggi,

un Mercante di Persia a un suo vicino

un cento confidò libbre di ferro.

Partì, tornò, poi del suo ferro chiese

al compare.

- Che ferro? - egli rispose.

- Ahimè! fratello, per un forellino

del granaio (e ne ho fatta aspra rampogna

a' miei servi) sen venne un picciol topo,

che rosicchiò tutto il tuo ferro... tutto -.

A questo gran miracolo il Mercante

resta di sasso, tuttavia procura

di credere e sen va. Tre giorni dopo

ei fa rapire al suo vicino il figlio.

Lo nasconde ed il padre a un gran banchetto

invita; ma costui piange e lo prega

di piangere con lui, dicendo: - Amico,

d'un caro figlio iva superbo e tutto

il mio cor era in lui; mi fu rapito,

più non è gioia sul mio tetto, oh piangi,

piangi, fratel, l'orribile sciagura! -.

Disse il Mercante: - Sul tramonto io vidi

ieri un orrido gufo, che ghermito

il figlio tuo, traendolo pel cielo,

d'un castellaccio fra le vecchie mura

se lo portò.

- Possibile? - interruppe

il mesto padre. - E come può d'un gufo

l'artiglio sollevar d'un corpo umano

il grave pondo? in questo caso il bimbo

strappato all'uccellaccio avria le penne.

- Come avvenga non so: ma questo io dico

che l'ho veduto e con quest'occhi miei.

Mi meraviglio che tu possa in dubbio

metter le mie parole. E chi ti prova

che non possa rapir l'ugna del gufo

d'un fanciulletto il tenerello corpo

in un paese dove un topolino

mangia da solo (e non ne crepa) un cento

pesi di ferro? -

Allor comprese il padre

la velata morale e al mercatante

rese il ferro ed al sen strinse il fanciullo.

Non altrimenti il lungo alterco avvenne

fra due viaggiatori.

Un di costoro,

fabbricator d'iperboli, ogni cosa

vedea per microscopio, il qual giganti

fa comparir la pulce e il moscerino.

A sentirlo, l'Europa era percorsa

da centomila spaventosi mostri,

come vanno di Libia e Senegallo

per i deserti.

- Udite, - un dì narrava, -

ho fin veduto ne' viaggi miei,

un cavolo maggior di questa casa.

- Ed io, - soggiunse l'altro, - una caldaia

più grande anche del duomo.

- Ih, fanfaluche!

- Fabbricata l'avean, - l'altro conchiuse, -

per far bollire i cavoli famosi

di cui tu parli, amico -.

Entrambi furono

spiritosi costor, l'uno col gufo

e l'altro colla pentola. Se gonfio

è l'assurdo, è stoltezza opporre a sciocche

ciarle sodi argomenti. Invece ingrossa,

gonfia anche tu la vuota ampolla, e ridi.


II - I due Piccioni

Da un pezzo insiem vivevano

due teneri Colombi innamorati,

quando l'un d'essi un dì, forse già sazio

della sua casa o dal desìo trafitto

di vedere paesi inesplorati,

volle partir.

- Fratello, - all'infedele

disse l'altro, il dolor delle sue pene

premendo in cor, - fratello, a chi vuol bene

l'assenza è un mal crudele.

A te forse non pare

così crudel? oh almen potesse il danno

e d'un lungo viaggio il lungo affanno

il tuo grande coraggio sgomentare!

Aspetta almeno che il tornar di Zefiro

april rinnovi. Ascolta, ascolta il torvo

grido che manda il corvo.

Dal dì che tu sarai lunge e sul mare,

falchi soltanto ed orridi

sparvieri io sognerò: te in pena, in pianto

sempre vedrò, senza pan, senza tetto,

e non potrò, diletto, esserti accanto -.

A queste voci che nel cor gli scendono

stette il Colombo in forse,

ma poi sì forte è il desiderio e tanta

ribellion nell'anima gli corse,

che disse: - Orsù, non piangere

che presto tornerò. Bastan tre giorni

al desiderio di veder le belle

contrade dei dintorni.

Di mie venture poi minutamente

ti conterò, fratello, le novelle,

e romperan la noia

del soggiornar. Colui che non si muove

non ha mai da contare cose nuove,

mentre udendo le mie strane avventure,

ti sembrerà di viaggiar tu pure -.

Quindi, piangendo, si scambiar l'addio.

Parte il viaggiator, ma fuori appena

non è che l'uragano si scatena

dal ciel sul pellegrino.

Vola e cerca un ricovero il tapino

a un tronco solitario

che male lo raccoglie

tra le battute foglie.

Quando torna il seren, prende coraggio,

asciuga come può l'umide penne

e mettesi in viaggio.

E va, finché non giunge a un campicello

ove un piccione messo per zimbello

lieto saltella. Un gran desìo lo piglia

d'esser con lui, discende,

v'era un laccio nascosto e vi s'impiglia.

Fortuna o il ciel l'aiuta. Il vecchio laccio

i colpi e le strappate non sostenne,

onde col danno di non molte penne

ei poté facilmente uscir d'impaccio.

E mentre ei fugge, simile a un forzato

che nella fuga si trascina al piede

la sua catena, ecco a sinistra scendere

un avvoltoio, che a ghermirlo l'unghie

ferocemente rota.

E sarebbe per lui certo finita

la storia della vita,

se dall'alto del ciel non fosse un'aquila

coll'ali aperte uscita.

Mentre i due ladri vengono alle prese,

il piccion l'ali sue rapido stese

in altra parte e si appiattò sicuro

dietro un antico muro.

Ma un fanciulletto, ancora in quell'età

che non sente pietà,

con un colpo di fromba lo sorprese

e mezza fracassò l'ala al meschino.

Imprecando alla sua curiosità

e al suo crudel destino,

zoppicando del piè, l'ala trafitta,

col suo compagno amato

mezzo ammazzato torna alla soffitta

il mesto pellegrino.

Innamorati, o cari innamorati,

se vi piglia desìo di cose ignote,

non andate a cercar spiagge remote,

ma in voi cercate ciò che vi consoli.

Potete tra voi soli

essere l'un per l'altro il più giocondo

e il più vario spettacolo del mondo.

Il vostro amore vale l'universo

e il resto è tempo perso.

Anch'io talvolta amai; ma la superba

dimora del Gran Re, l'Olimpo, il mare,

il dolce bosco non valeano e l'erba

che di lei mi faceano innamorare.

Ed ella pastorella

d'amor giovine e bella

de' suoi passi fiorìa,

de' suoi guardi schiarìa l'erba ed i fiori.

Io primo fra i pastori

al figliuol di Citera il giuramento

prestai contento e sotto la bandiera

militai del figliuolo di Citera.

Ahimè! passˆr quei tempi e non vedrò

tornar l'aprile della vita mia.

Come resister può

l'alma inquieta a tanti

e così dolci incanti?

Oh se il mio vecchio cuore

bruciasse ancora dell'antico ardore!

Non sentirò più mai d'una magìa

il filo che mi arresta?

Passò d'amor, passò d'amor la festa?


III - La Scimmia e il Leopardo

In due tende con grandi cartelloni

alla fiera faceano affari d'oro

la Scimmia e il Leopardo.

- Eccomi a loro, -

dicea costui. - Signori, io son quel celebre

artista, di cui parla tutto il mondo:

e la mia pelle

gaietta, maculata sopra e sotto

a nodi ed a rotelle,

sì piacque al re, che alla mia morte, ha detto,

vuol farne uno stupendo manicotto -.

La gente accorre, ammira,

fa la bestia sul volgo un certo effetto,

ma guardata una volta,

ognuno si ritira.

Nell'altra tenda intanto anche la Scimmia

annuncia i suoi miracoli.

- Entrin, signori, e vedano che smorfie!

Il mio vicin non ha

la grande varietà

che nel pel ricamato a geroglifi.

Ma la Scimmia, signori, ha nello spirito

l'arte che ridere

la gente fa.

Bertuccina nipote di Bertuccia,

rival di Scaramuccia,

Scimmia Cesarea,

in barca arriva, in carrozzino, a piè,

per far piacere

e per rispondere

a chi l'interroga.

Ella nel cerchio

entra e si snoda

e balla e parla e ascolta e ride e canta,

non per quaranta

né per cinquanta

soldi o per cento,

ma per la misera

moneta di un baiocco, e a chi par caro

alla porta si rende il suo denaro -.

Avea ragion la Scimmia. E che m'importa

se alcun è ricco e stupido

nell'abito che porta?

Di belle idee tu fa' che sia lo spirito

adorno, e fra le genti avrai fortuna.

Non basta aver un abito bizzarro

come molti signori, che somigliano

al Leopardo e ch'hanno

tutto il talento appiccicato al panno

e agli orli del tabarro.


IV - La Ghianda e la Zucca

Domineddio fa ben quel ch'Egli fa.

E se tu vuoi le prove

di questa verità,

senza andare a cercarle per il mondo,

potrai trovarle d'una zucca in fondo.

Un contadin che vede

la Zucca tonda e gonfia

con piccioletto il piede,

- Che mai pensò nel fabbricarla Iddio? -

disse in suo cor. - Poffare! a parer mio

avrei la Zucca ai rami almen sospesa

di questa grossa quercia o di quel faggio.

Tal albero, tal frutto, è più da saggio.

Gran peccato, Taddeo, grande peccato

che tu non ci sia stato

a dar qualche misura

a Colui di cui predica il Curato!

E non è forse strano,

per dirne un'altra, che sull'alta quercia

invece nasca una piccola Ghianda

non più grossa dell'unghia della mano?

Il Creator, io credo, era distratto

e prese un qui pro quo,

quando le zucche ha fatto,

e alle querce le ghiande regalò -.

Non potendo risolvere il quesito

Taddeo, che sa che col rifletter troppo

si può perdere il sonno e l'appetito,

sotto una quercia a riposar andò,

e qui si addormentò.

Ma si dié proprio il caso

che una Ghianda cadessegli sul naso

che tosto lo svegliò.

Alza la testa, e vista ancor la Ghianda

fra i peli della barba, ei la ritiene

come un segno che Dio dal ciel gli manda.

E grattandosi dice: - Mammalucca!

Sarei conciato bene

se fosse stata Zucca -.

E recitando quindi un laus deo

a Quei che il sol creò,

il buon Taddeo

a mangiar la polenta ritornò.


V - Lo Scolaro, il Pedante e il Padrone dell'orto

Un Ragazzaccio allievo di collegio,

vo' dir due volte peste,

citrullo per cagione dell'età

e per il privilegio

ch'hanno i pedanti di guastar le teste,

rubava con discreta abilità

a un povero vicino

i prodotti più belli del giardino.

In primavera risplendea dei doni

di Flora più superbi il campicello,

e Pomona serbavagli i più buoni

frutti d'autunno, dando agli altri il resto.

Ebbene il ladroncello

rovina e ruba i primaticci e schianta

i rami della pianta,

distruggendo coi fiori la speranza.

Allor corre il padrone e irato canta

al maestro una buona rimostranza.

Che fa costui? Volendo che l'esempio

fosse d'avvertimento

anche agli altri bricconi, ne raccoglie

nell'orto circa un cento,

e citando Virgilio e Cicerone,

sfodera tutto il vecchio zibaldone

della sua scienza logica morale,

e tanto predicò quel don Fagiuolo,

ch'ebbero i cento la comodità

di saccheggiare in cento luoghi il brolo.

Non c'è nulla che più mi faccia nausea

d'una sapienza insipida ed oziosa,

che blatera e non sa nemmen perché.

Non conosco una bestia più noiosa

d'uno scolaro (e ne conosco tante)

se pur non è il pedante.

Li tenga Iddio sempre lontan da me.


VI - Lo Scultore e la Statua di Giove

- Lapide, o vaso, o statua, -

uno scultor diceva allo scalpello, -

traggi da questo bello

blocco di marmo candido.

Lapide o vaso...? All'opera immortale

sia tema il dio, che stringe in man la folgore

agli uomini fatale;

ecco che il ciglio ei muove,

temete, o vivi, l'apparir di Giove -.

Sì ben trasse l'artefice

l'immagine del Nume che l'accende,

che ognuno che la mira

esclama: - Essa respira! -.

E tanta meraviglia egli ne prende,

che quasi esterrefatto

teme di ciò che ha fatto.

Come costui per opra di scalpello

non men provò sgomento

il poeta quel dì che in suo cervello

previde lo spavento

e l'odio e degli dèi l'amor, lo zelo

da lui creati e collocati in cielo.

Temer per un nonnulla

è dei poeti e non è men dei semplici

fanciulli, sempre in ansia ed in affanno

che s'infranga il gioiel che li trastulla.

È fantasia che il cor tragge all'inganno,

onde le tante favole

che per il mondo vanno.

Di qui nacque degli idoli

il culto, a cui si strinsero

siccome a cose salde i ciechi popoli.

E ciò mi spiega, o Pigmalion, siccome

tu divenissi adorator di quella,

che uscì dalla tua man Venere bella.

Ciascun i sogni suoi

di colorir procura,

per la menzogna si diventa eroi

e il vero fa paura.


VII - Il Topo cambiato in Ragazza

Un Bramino, che vide un topolino

cader dall'ugne di un grifagno augello,

lo raccolse pietoso. Io lo confesso

l'avrei lasciato stare,

ma forse il mondo è bello,

perché non è dappertutto lo stesso.

In quei paesi là

si prova, per esempio, verso i topi

quel sentimento quasi di pietà,

che si sente da noi per un fratello.

Credon che, morto un re, sen vada l'anima

in qualche scarafaggio o in altra bestia

che più piaccia alla sorte,

donde trasse Pitagora la pia

leggenda della sua filosofia.

Convinto in quest'idea volle il Bramino

che un mago gli trovasse un incantesimo

che sapesse mandar l'anima sciolta

del topolino in quel corpo medesimo,

che aveva posseduto un'altra volta.

E il mago, flicche e flocche,

ecco tosto cavarmi una donzella

di quindici anni, sì graziosa e bella,

che certo ancor avria

per lei commesso più d'una pazzia

quel figliuolo di Priamo, che molto

fece parlar la gente

per causa d'un bel volto.

A tal vista il Bramino fuor di sé:

- Amor, comanda, apri la bocca, chiedi,

scegli, gioiel grazioso,

e forse al mondo c'è

chi non ambisca d'essere tuo sposo?

- Poiché tu lo concedi, -

disse la bella, - io scelgo il più potente -.

Il Bramino si prostra riverente

e: - O Sol, - esclama, - o re della Natura,

fa' ch'io t'abbracci, o genero lucente.

- No, - disse il Sol, - è più potente ancora

codesto Nugolone,

che mi toglie colei che m'innamora.

- O Nugolone, o prediletto amante! -

grida il Bramino al nugolo vagante.

- No, - disse il Nugolon, - su me comanda

il Vento che mi spinge in ogni banda.

- O Vento, o immenso Borea,

poiché potente sei,

mentre che passi vola in grembo a lei -.

Accorre il Vento e presto se ne lagna,

ché incontra sulla strada una Montagna.

E il monte alla proposta

questa rimbalza subita risposta:

- Se questa bella io sposo,

d'offender temo il topolin geloso,

un animal potente

che mi potrebbe traforar col dente - .

A sentir chiamare il topo

si riscosse la donzella,

e la bella poco dopo

per suo sposo lo pigliò.

Voi gridate: - Un topo? oibò! -

Fa l'amore, sissignori,

questi scherzi traditori.

L'acqua sente del monte onde deriva,

vuol dimostrar la favola, ma forse

co' sofismi arzigogola sul tema.

Certo uno sposo assai miglior del Sole

è facile trovar, ma similmente

da una pulce dirai vinto un gigante

perché morso da lei?

Su questo passo

vinto è il Topo dal Gatto, e vinto il Gatto

dal Cane, e il Can dal Lupo, e via di corsa

avria potuto il favolista antico

per questo immenso circolo salire

ancora al Sole e renderlo marito.

Poiché ci siamo, ragioniam di questa

strana dottrina che Metempsicòsi

chiamano i dotti.

Il mio Bramin vi pare

ch'abbia provato il trasmigrar dell'anima

col suo strano incantesimo? Non credo,

e in lui ritorco l'argomento istesso.

Questa dottrina vuol che l'Uomo e il Topo

e il Can e il Gatto attingano la vita

a una fonte comune; or dunque eguale

è l'onda di codesta umana vita.

Sol che, operando in varie membra, in alto

l'uno si eleva col valor dell'ali

e l'altro sibilando in terra striscia.

Tutto pesato e bilanciato, io dico

che l'anima dei topi e delle belle

son diverse fra lor. Ognun riviene

a quel destin che sta scolpito in cielo,

e non val Belzebù, magìa non vale

che possa al tuo destin torcere il corso.


VIII - Il Matto che vende la Sapienza

A discrezion non metterti dei matti,

un consiglio più bello non si dà,

e per quanto tu veda i mentecatti,

gli stolidi, gli scempi

goder presso le corti autorità,

non sono buoni esempi.

Un Matto iva gridando per i vicoli

ch'ei vendeva per poco la Sapienza

e ciascuno correa per farne compera.

Ei dopo aver provato la pazienza

d'ognun di lor con infinite smorfie,

dava loro uno schiaffo e per il prezzo

un filo lungo più d'un braccio e mezzo.

Se alcun mostrava stizza e meraviglia,

gli regalava il resto del carlino.

Altri più saggi invece preferivano

rider di sé, del filo e del meschino,

e mogi e cresimati se ne andavano,

ché a cercar la ragion nell'opinione

dei matti perdi il tempo e la ragione.

È il caso che ragiona e parla ed opera

nei cervelli balzani. E tuttavia

un di questi burlati, che nei simboli

crede, e suppon che un senso anche ci sia

nello schiaffo e nel fil di quello stolido,

va in cerca di un filosofo men pazzo,

perché, se può, lo tragga d'imbarazzo.

- Son geroglifi, - a lui dice il filosofo, -

che nascondono un saggio avvertimento,

e questi schiaffi e questo fil dimostrano

che in fondo il matto è un matto di talento.

Tra i savi e i matti ei vuole che lo spazio

corra di questo fil, o avranno i savi

certe carezze ahimè! poco soavi.


IX - L'Ostrica e i due Litiganti

Due pellegrini un dì videro un'Ostrica

sulla sabbia del mar, e ognun coll'indice

segnandola e coll'occhio trangugiandola,

nacque fra lor la zuffa

a chi prima l'acciuffa,

perché volea ciascun dei contendenti

mangiarla anche coi denti.

L'uno si abbassa e tenta di raccoglierla,

ma l'altro: - Amico, - grida, sospingendolo, -

a chi tocca vediam prima, di grazia.

Io sono del parere

che chi prima l'ha vista in riva al mare

la debba anche godere,

e si contenti l'altro di guardare.

- Sia pur, - rispose l'altro, - se al giudizio

credi dell'occhio, ogni diritto è mio,

che vedo, grazie a Dio,

come non vede un'aquila lontano -.

E l'altro: - Ho l'occhio sano

sia lode al cielo anch'io.

E pria di te quest'Ostrica ho veduto.

- Se tu l'hai vista prima,

prima di te l'ho conosciuta al fiuto -.

Intanto che contrastan sulla riva,

ecco Azzeccagarbugli in tempo arriva,

che nominato giudice,

prende in esame l'Ostrica,

la sguscia e te l'inghiotte

innanzi ai testimoni, e buona notte.

Quindi a' quei due rivolto,

che lo stanno a guardar stupidi in volto:

- Il tribunal senz'altra spesa e senza

appello, - dice, - ha scritta la sentenza:

prenda un guscio ciascun e lieto vada

ciascun per la sua strada -.

Se guardi quel che costano i piati,

e quanto ben la gente se ne giovi,

vedrai che vincon sempre gli avvocati,

ai litiganti non riman che l'osso,

il danno e l'uscio addosso.


X - Il Lupo e il Cane magro

Ebbe un bel predicare il pesciolino,

ebbe un bel dir che non valea la spesa

dell'olio... predicò nel padellino.

Già dimostrai quanto sia sciocca impresa

lasciare il poco che tu stringi in mano

per la speranza di più grossa presa.

Fe' bene il pescator, ma non insano

diremo il predicar del pesciatello,

che per la vita predicava invano.

Già in questo libro ho scritto il fatterello,

al quale aggiungo ancor qualche colore

per farlo, s'è possibile, più bello.

Un Lupo non mostrò del pescatore

il giudizio, quel dì che prese un Cane

e si lasciò da lui toccare il cuore.

- Vedi, - dicea la bestia entro le scane, -

hai preso una sì misera porzione,

che a condirlo con me perdi il tuo pane.

Lasciami andar. Fra poco il mio padrone

ha un festino di nozze e tu lo sai

che a suo dispetto, in simile occasione,

un cane ingrassa o non ingrassa mai;

lasciami andar e dopo qualche mese

prometto che il tuo conto troverai -.

Il Lupo bestia per farina prese

le sue parole e lo lasciò scappare.

Passato il tempo al palazzo si rese

per prendere il suo Can, ma fu un affare

difficil, ché il suo Can dietro al cancello

gli cominciò da lungi ad abbaiare:

- Amico, vengo teco. Il chiavistello

sta per aprir adesso il guardiano,

aspetta un poco che veniam bel bello -.

Il guardïan era un cagnaccio strano

noto ai Lupi per cane molto spiccio,

bello forse a veder, ma da lontano.

Il nostro Lupo si cavò d'impiccio,

dicendo: - Io qui farò meglio davvero,

se alle gambe mi affido e se mi spiccio -.

Non avendo cervel, quel Lupo nero

mostrò che aveva buone gambe almeno,

e poi che non sapeva il suo mestiero,

alla larga scappò come un baleno.


XI - Nulla di troppo

Non c'è chi sappia al mondo con misura

viver, per quanto io vedo.

Provvidenza un cert'ordine procura

in ogni cosa, ma nel mal, nel bene,

pochi sanno operar come conviene.

Le spiche troppo in fiore,

prezioso don di Cerere,

i gambi steriliscono

succhiandone l'umore,

e germogliando il verde

inutile, si perde

del frutto il bell'onore.

Non fa minor tormento

il troppo delle foglie

di cui si adorna l'albero;

e ben Iddio ne toglie

il troppo, se permette

il guasto dell'armento.

Le pecore talora

fanno soverchio danno,

ma Dio rimedia al male,

mandando un animale

tre o quattro volte all'anno

che alcuna ne divora.

Se tutte non le mangiano,

non è che i lupi osservino

i giorni di digiuno.

Ma Dio commette agli uomini

di castigarne alcuno.

E l'uom del suo potere

abusa in guerra e in pace,

ché in mezzo agli animali

in ogni suo volere

è l'uomo il più vorace.

In ciò siamo colpevoli

grandi e piccini a un modo.

"Nulla di troppo!..." è un chiodo

che tutti ribadiscono,

ma tutti a un modo istesso

siam degni di processo.


XII - La Candela

Dall'Olimpo, soggiorno almo e giocondo,

venner le pecchie ad abitar nel mondo,

e prima ritrovˆr dolce ricetto

sui gioghi dell'Imetto,

ove stillˆr quanti nel sen dei fiori

van spargendo gli zefiri tesori.

L'uomo imparò dalle costrutte celle

a spremere l'ambrosia, onde le belle

figlie del ciel riempiono i soavi

elaborati favi.

E poi che da mangiar più nulla c'era,

fece candele colla bianca cera.

Una di queste intese dire un giorno

che diventa il matton cotto nel forno

così duro e tenace,

che può vincer del tempo il dente edace,

e come il pazzo Empédocle provò,

nella fornace anch'essa si gettò.

Questa candela nella sua follia

mostrò di non saper filosofia.

Ciascun ha un modo suo di stare al mondo,

l'uno galleggia e l'altro cade in fondo.

Empédocle di cera e non men stolta,

fu dalla brace subito disciolta.


XIII - Giove e il Navigante

Se l'uom memoria avesse

di tutte le promesse

che nei perigli estremi al Cielo fa,

avrian gli dèi regali in quantità.

Ma, superato il male,

è corta la memoria del mortale.

- Giove, - si dice, - è un creditor cortese,

che non manda l'uscier in fin del mese -.

Sarà, ma se talor lampeggia e tuona,

vedrai che non canzona.

Un navigante in mezzo alla bufera

al Vincitor promise dei giganti,

pur non avendo nella stalla un bove,

un'ecatombe intera.

Egualmente potea cento elefanti

prometter quel burlone al padre Giove.

Quand'ebbe posto il piede sulla riva,

bruciò quattr'ossa al naso del gran dio

e il fumo dedicò che ne saliva.

- O babbo Giove, - disse, - eccoti il mio

voto adempiuto, è fumo

questo di bove e porta il pio profumo,

che soltanto tu chiedi a un buon divoto.

Noi siamo in pace e soddisfatto è il voto -.

E Giove finse un poco

di ridere, ma dopo qualche giorno

per rispondere al gioco con un gioco,

gli manda un sogno a dirgli che non molto

lontan da lui stava un tesor sepolto.

Accorre il ghiotto mancator di fede

come corre alla fonte l'assetato,

ma invece di un tesor dei ladri vede,

che lo pigliano in mezzo e dispogliato

lo lascian mezzo ignudo.

Ei non avendo indosso che uno scudo,

per salvarsi promise a ognun di loro

cento scudi di un certo suo tesoro.

E disse il luogo ove giacea riposto,

ma i ladri che nol credono sincero:

- Basta, - dicono, - a casa del demonio

porta i tuoi scudi e impara a dire il vero -.

E sconciamente l'ammazzˆr sul posto.


XIV - Il Gatto e la Volpe

La Volpe e il Gatto andavano

come i frati minor vanno per via

a un certo santuario.

Raccolti, il collo torto e col rosario

in man si rifacevan del viaggio,

rubacchiando per via polli e formaggio

con una insuperabil maestrìa.

I nostri santi pellegrini onesti

per far la strada meno lunga e uggiosa

disputavan fra lor di qualche cosa.

La disputa è un tabacco che tien desti.

Mormoravan del prossimo,

e in fin la Volpe venne fuori a un tratto

a dir rivolta al Gatto:

- O tu che d'esser quel che sei ti vanti,

che sei tu accanto a me?

Io d'artifici ne conosco tanti,

anzi n'ho la bisaccia tutta piena...

- Ed io, - rispose il Gatto, - appena appena

un ne conosco e non la cedo a te -.

Gran lite indi scoppiò

sul sì, sul no,

su ciò che ognuno può e che non può,

quando ad un tratto un abbaiar di bracchi

fe' le ragioni collocar nei sacchi.

- Fra gli artifizi lascio al tuo cervello

di scegliere il più bello:

per me, - soggiunse messer Gatto svelto, -

è un pezzo che l'ho scelto -.

E mentre l'altra il suo talento vanta,

si arrampica sui rami d'una pianta.

Fuggì la Volpe in cento giri e in cento,

or dentro i campi, or fuori,

scompigliando le tracce ogni momento

e stancando coi cani i cacciatori.

Di qua, di là, di su, di giù li mena

sempre in sospetto e in pena,

dai spiedi, e dagli alani

inseguita e dal foco,

infin che due velocissimi cani,

strozzandola, finîr il lungo gioco.

Chi dispone di troppi espedienti

perde il suo tempo in vani esperimenti.

In tutte le occasioni

ne basta un solo, pur che sia de' buoni.


XV - Il Marito, la Moglie e il Ladro

Un marito era pazzo innamorato,

innamorato, intendo, di sua moglie,

ma si credeva un uomo disperato

e sfortunato in tutte le sue voglie,

ché sempre ad ogni dolce tenerezza

la moglie rispondea colla freddezza.

Mai d'uno sguardo e mai d'una parola,

mai d'un sorriso rispondea la bella

e mai con ciò che gli uomini consola.

Onde il marito si credea da quella

mal tollerato e a stento compatito,

ed io lo compatisco... era marito!

Non la prendeva ei già col matrimonio,

anzi ne ringraziava ognor gli dèi,

ma coll'amor l'avea, tristo demonio

che turba anche la pace agli Imenei,

amor che non invecchia, anzi è peggiore

nel matrimonio che non sia di fuore.

La donna era sì fatta e di tal gelo,

che non avea mai stretto in caldo amplesso

colui che a fianco aveale posto il cielo.

E di ciò ei ne piangea fra se stesso

una notte, quand'ecco fu interrotto

da un ladro che tentava aprir di sotto.

Per paura del ladro (e Dio vel dica

se fu grande spavento) entro le braccia

la fredda sposa ahimè! troppo pudica,

del marito, tremando, ecco si caccia:

lieto costui lasciò che il suo buon ladro

la sua casa mettesse anche a soqquadro.

- O ladro, e che tu sia sempre lodato! -

dicea piangendo, - ché se tu non eri,

davver io non avrei giammai provato

questo grande piacere dei piaceri -.

Il ladro (gente spiccia e di man schietta)

fece la casa del più bello netta.

Traggo da questa istoria la morale

che la paura d'ogni sentimento

è il più potente ed ha una forza tale

che sull'amor la vince e sul talento,

ma vinta dall'amor mi si assicura

fu qualche volta anch'essa la paura.

Si narra che in Ispagna fu un patrizio,

che per poter la sua donna abbracciare,

dié fuoco al suo palazzo e a precipizio

dalle fiamme colei corse a salvare.

Fu tratto di gran cor, se non è fola,

e degno inver d'un'anima spagnola.


XVI - Il Tesoro e i due Uomini

Un povero diavolo,

che credito e speranza non avea,

e che a voltarlo come Sant'Andrea

non gli traevi dalle tasche un pavolo,

fu preso dall'idea

d'impiccarsi e finir la vita infame.

Se non era la corda, era la fame,

e questa è una tal morte poco acconcia

a chi non è ghiottone

d'inghiottire la morte ad oncia ad oncia.

Pel suo bisogno rispondeva a modo

il muro d'un cadente ballatoio,

dove porta la corda e con un chiodo

cerca attaccarla e farne uno scorsoio.

Ma al primo colpo dato all'apparecchio

si ruppe il muro vecchio

e scaturì dal foro

un bel tesoro.

Lascia la corda il nostro pover'uomo,

piglia il denaro e se lo porta via,

senza guardar se fa la somma tonda,

o se al bisogno suo giusta risponda.

Appena il galantuomo

sen fu partito, sul luogo venìa

il padrone, che invece del tesoro

non vi trovò che il foro.

- Oh il mio denar, come potrò senz'esso

vivere io mai? che attendo?

perché, perché qui tosto non mi appendo?

Se avessi solo un braccio

di corda, io ben vorrei farmene un laccio -.

Era pronta la corda a cui non manca

che l'uomo, e il nostro avar senza processo

vi si appiccò contento in conclusione

che della corda già nel muro appesa

non tocchi a lui la spesa.

Corda e tesor trovarono un padrone.

Avar non vive mai

senza corrucci e guai,

la terra, i ladri godon la fortuna,

e gli eredi, di ciò ch'egli raduna.

Che poi direm della fortuna strana

che gioca e si diverte

a far certe scoperte

e più gode se più si mostra vana?

Questa volubil dea

ebbe una pazza idea

di vedere qualcun in quel momento

pender da un chiodo, e fu colui che meno

avea ragioni di dar calci al vento.


XVII - La Scimmia e il Gatto

Una Scimmia ed un Gatto, Bernarda e Topolone,

vivean d'accordo in casa d'un unico padrone,

amici intorno a un piatto.

La Scimmia era pel Gatto e questo per lei fatto,

entrambi sprezzatori degli uomini e che fanno

consistere l'ingegno nel macchinar del danno.

Se alcun del vicinato

vedevasi rubato,

era Bernarda od era quel Topolon maliardo,

che più che ai topi l'occhio fisso tenea sul lardo.

Un giorno innanzi al foco stavano i due che ho detto,

intanto che cocevano certe castagne grosse:

e intanto che cocevano, pensavano un colpetto

se mai possibil fosse

di rosicchiarle... Il caso davver era attraente

di unire al lor vantaggio il danno della gente.

A Topolon Bernarda disse: - Fratel, bisogna

che tu faccia un bel colpo quest'oggi. È una vergogna

non assaggiar sì belle castagne e t'assicuro

che se a pigliar castagne io fossi nata, giuro,

che le farei saltare -.

Non se lo fe' ripetere il ladro suo compare

e colla zampa un poco

la cenere dal foco

rimossa, allunga l'unghie con arte delicata,

ed una e due ne tira, poi tre castagne in fretta,

che Bernarda rosicchia senz'essergli obbligata.

Ma sul più bello, zitto! arriva una servetta,

si scappa e Topolone

pare che non trovasse troppa consolazione.

Più grande non la provano quei piccoli signori,

che per smania d'onori

vanno a mangiarsi il fegato nelle province, e il Re

tien tutto il buon per sé.


XVIII - Il Nibbio e l'Usignolo

Dopo che un Nibbio, ladro patentato,

ebbe assai schiamazzato ed eccitato

dei ragazzi lo stuolo,

mise gli artigli in corpo a un Usignolo.

Questo araldo gentil di primavera

della sua vita a lui chiedea perdono,

dicendo: - E che ti giova, anima fiera,

mangiar un animal ch'è tutto suono?

Se attendi un poco, a te cantar saprò

la storia e il forte amore di Tereo...

- Tereo? che roba è ciò? forse un cibreo

che piace ai Nibbi? - il Nibbio dimandò.

- Tereo, - così l'Usignol cantarella, -

fu un re del qual ebbi a sentir gli ardori,

ed io ne canto una canzon sì bella,

che ovunque ha fatto palpitare i cuori.

- È cosa, - disse il Nibbio, - che consola

sentir a pancia vuota un'arietta.

- Ai re non spiacque la mia storia. - Aspetta

di contarla a' tuoi re questa tua fola.

Io me ne rido e sto al proverbio vecchio,

che dice: pancia vuota non ha orecchio.


XIX - Il Pastore e l'Armento

- Oh Dio, non passa dì che la mascella

del lupo fra le mille

non mi rapisca qualche pecorella.

Erano mille, ahimè! non son più mille,

e ancora m'ha rapito quel rabbioso

il Ricciolin, un pecorin grazioso.

Ricciolin, che per il prato

mi seguìa come un cagnòlo,

Ricciolin, che colle buone

fin al polo

ben mi avrebbe accompagnato,

Ricciolin, che la canzone

conoscea del suo padrone

e seguiva

lieto il suono della piva,

ah terribile destino!

dove sei, buon Ricciolino? -

Così Taddeo con funebre lamento

piangeva celebrando la memoria

di Ricciolin, la gioia dell'armento,

di poema degnissimo e di storia.

Quindi il gregge adunò, capri e montoni

e tutti fino agli ultimi agnelletti,

e disse lor di camminar più stretti,

se volevan salvarsi dagli unghioni.

Le pecore promisero in parola

di popolo di star dentro il confine,

strette serrate per non far la fine

che fece quella onesta bestiola.

E diceano: - Il tuo destino,

Ricciolino,

noi sapremo vendicar,

e l'ingorda

faccia lorda castigar -.

Lieto Taddeo delle promesse, crede

che sian cose di fede;

ma quando un'altra notte ancor sbucò

di mezzo all'aer cupo

la mala bestia, l'armento scappò.

E l'ombra era d'un lupo.


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