La Luna sul Bosforo

Categoria: 

di Nunzia Caltagirone

[ Poesie di Nunzia Caltagirone ]

Giuseppe, a volte ha un accentuato tremore alla destra; nel Gran Bazar, a Instambul, volle un tè: un biccherino caldissimo, colmo di concentrato; lo prese, ma il tè cominciò a saltare e l'avrebbe anche ustionato. Avresti visto immediato l'intervento di due turchi: bloccarono la mano sempre più tremante, posarono il tè su un piano di tappeti e scomparvero nel dedalo di viuzze del Bazar.

La dimensione del pellegrinaggio.

Il 19 luglio inizia la nostra avventura: Al mattino siamo tutti elettrizzati ed anche un po' tesi. C'è lo sciopero dei controllori di volo e la partenza è stata spostata all'alba per evitare di restare bloccati all'aeroporto. Questo lieve contrattempo, è di buon auspicio: Con esso, si esce dalla spazio - temporale dell'oggi per entriamo nella dimensione dell'eterno, allora le pietre su cui hanno camminato gli apostoli Paolo e Pietro, la piccola casa sulla collina degli usignoli dove, secondo la tradizione, ha abitato Maria con l'apostolo Giovanni, divengono per i cristiani di tutti i tempi pietre vive su cui rivivere le tappe del cammino spirituale che porta l'uomo dormiente a rinascere.

Perciò quei luoghi per noi non sono più ruderi storici o reperti archeologici da visitare: divengono invece segni pieni di significato per il nostro presente, pietre vive che ci interrogano sul senso e l'orientamento dei nostri passi nell'oggi; ci interrogano su come ognuno di noi ha risposto alla propria singolare vocazione personale, su come è capace di testimoniare la bellezza e l'attualità del vangelo. Fare un pellegrinaggio diviene la metafora del mettersi in cammino: lasciare cioè l'oggi temporale del nostro affanno quotidiano, a volte doloroso, spesso senza senso, per tuffarsi nella dimensione dello Spirito che invece è sempre uguale a se stesso e capace di illuminare anche il cammino più oscuro.

Il nostro viaggio inizia all'alba, allo spuntare del giorno e della luce.

Arrivo a Smirne.

La prima tappa del nostro pellegrinaggio è Izmir, un incantevole e moderna città bagnata dall'Egeo. Il primo giorno e il primo impatto è assolutamente laico. L'albergo è modernissimo e molto confortevole: incastonato nel verde è circondato da un ampio parco con due piscine all'aperto. Questa prima impressione serve a sfatare la sensazione non esplicitata da nessuno di noi, ma certamente avvertita che un viaggio in Turchia sia come visitare un paese del terzo mondo. Il lungomare di Smirne su cui svettano i grattacieli è una lunghissima passeggiata che si estende per tutta la città: a noi palermitani può richiamare il "Foro italico", ma il nostro è piccolo piccolo, mentre a Izmir la passeggiata continua fin dove arriva lo sguardo. La città si affaccia in un golfo chiuso riparato dal vento e lungo più di 25 km., perciò sembra posta sulle rive di un lago. In lontananza si vedono molti battelli e barche a vela veleggiare sulle acque.

L'eucaristia celebrata nella cattedrale di Smirne, mise in crisi Giuseppe, la nostra guida spirituale: seduto sulla cattedra di S. Policarpo, avvertì tutta una situazione di disagio in un luogo di così alta spiritualità.

In questo primo giorno facciamo conoscenza con la guida turca, Birol Tutcu, che ci accompagnerà per tutto il viaggio. E' un giovane turco che per l'aspetto, nell'immaginario europeo richiama Tamerlano: sorridente, ma dalla gestualità rapida e nervosa, ha i capelli completamente rasati, porta un solo orecchino e lo sguardo vivacissimo sembra fotografare ognuno di noi. Ma quando comincia a parlare ritorna ad essere un uomo perfettamente integrato nel duemila: parla correntemente l'italiano e da subito le sue spiegazioni spaziano dalla mitologia alla geopolitica, dall'arte alla religione e all'attualità. E' un fine conoscitore della realtà storico-politica del suo paese e riesce a comparare e distinguere adeguatamente la storia dalla leggenda. Durante tutto il viaggio ipnotizzerà la totalità dei pellegrini, con storie di Amazzoni e Meduse, intrattenendoci piacevolmente sulla storia della moderna Turchia e del suo fondatore Ataturk, sul mistico Mevlana come sulla permanenza di Paolo nella terra delle sette chiese dell'Apocalisse. Apprendiamo dopo che ha due lauree, parla correntemente oltre il turco e l'italiano, qualche altra lingua della sua regione (in Turchia ci sono 73 etnie diverse), e poi il russo perché è di padre mussulmano e di madre russa ortodossa, il greco, il francese, l'inglese e lo spagnolo. Adesso sta pensando d'imparare il giapponese. Ci spiega con affabilità che a causa delle diverse etnie presenti in Turchia, lo Stato cerca di fare una politica laica d'equilibrio per evitare d'incappare in fondamentalismi di qualsiasi genere. Non nasconde le difficoltà economiche del momento e la corruzione di certi strati della società. Puntualizza, però sempre molto affabilmente, di essere musulmano e di credere in un unico Dio, come noi cristiani. Sembra un giovane laureato di Oxford, il che dimostra che la cultura non ha confini, come lo spirito. E' in una parola un esemplare atipico di un mussulmano colto e tollerante dei nostri tempi.

Il mattino dopo, sabato, lasciamo Izmir, che secondo la leggenda diede i natali ad Omero, e ci dirigiamo in pullman verso Efeso.

Efeso.

Visitiamo i ruderi dell'antica città greco romana, la biblioteca di Celso, una delle più importanti dell'antichità e il teatro. Per noi siciliani il paesaggio ha qualcosa di familiare: ripensiamo a Solunto, Segesta, Selinunte, Siracusa... Ma ogni analogia sparisce quando ricolleghiamo questi luoghi alla memoria storica della nostra cristianità. Camminando tra le rovine di Efeso la città rivive con gli occhi della fantasia: ci sembra di rivedere Paolo quando con il suo piglio battagliero non esita a scagliarsi, dai gradini del teatro, contro i costruttori di idoli, scatenando così l'ira degli orafi e degli argentieri che vivevano con il commercio delle statuette di Artemide e che per questo accusano Paolo di mandarli in rovina. Ad Efeso Paolo ha soggiornato per circa tre anni, ospite della casa di Tiranno da dove insegnava il vangelo e predicava prima di essere costretto a fuggire dalla città a causa della sommossa degli orefici: ogni giorno, dalle 11 alle 16 si intratteneva con una folla di artigiani che nell'intervallo del loro lavoro ascoltavano la buona notizia.

In lontananza vediamo anche le rovine della basilica del Concilio, prima chiesa al mondo, dedicata alla Madonna e dove, in contrapposizione all'eresia nestoriana, i vescovi lì riuniti con a capo Cirillo di Alessandria, riaffermano solennemente che la Madonna è realmente la Theotocos (Madre di Dio). Visitiamo poi i resti della basilica di S. Giovanni, fatta costruire nel 540 da Giustiniano sulla tomba dell'evangelista. In questi luoghi Giovanni, il discepolo prediletto di Gesù, ha portato con sé Maria, prendendosi cura di lei così come aveva detto Cristo dalla croce: "Donna, ecco tuo figlio" e a lui: "Ecco tua madre" e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. (Gv. 19, 27)

Meryem Ana (Signora Maria)

Sulla collinetta degli usignoli, circondata dagli ulivi, vi è una casetta risalente al primo secolo che secondo una tradizione è stata l'ultima dimora terrena della Madonna. La casa è stata scoperta nel 1892 dai padri Lazaristi Poulin e Joung, seguendo le indicazioni scritte in un libro della mistica tedesca Katerin Emmerich (1774 - 1824), la quale aveva avuto molte visioni e tra queste affermava di aver visto ad Efeso la casa da cui la Vergine era stata assunta in cielo. La tradizione è stata accettata dai Papi Leone XII, Pio X e Leone XIII. La commozione diviene intensissima quando ci avviciniamo alla collina degli usignoli: qui Giovanni e Maria sono arrivati due anni dopo la crocifissione. Da questa piccolissima casa in pietra, oggi custodita da una comunità francescana, la Madonna ha lasciato la terra per essere assunta in cielo. E' vero che questa tradizione viene contestata da chi afferma che l'assunzione sia avvenuta a Gerusalemme molti anni dopo. Ma poiché Maria, accompagnata da Giovanni, ha comunque soggiornato ad Efeso, questo luogo è stato come santificato dalla sua presenza. Sotto la casa della Madonna, c'è un muro con tante fontanelle disposte a schiera da cui sgorga una freschissima acqua. In questa collina vi è un altare all'aperto con un giardino immerso nella pace degli ulivi: qui la piccola pellegrina Alessandra ha fatto la sua "prima comunione". Al rito hanno partecipato tutti i suoi familiari compresi i nonni e il fratellino. E' stata una cerimonia molto bella, presieduta dallo zio, padre Giuseppe, e resa più intensa dalla carica spirituale del rito, dalla semplicità della tunichetta della ragazzina e dalla fede quasi palpabile di tutti i presenti.

A questo piccolo santuario affluisce nel mese di agosto una marea di pellegrini, tra cui molti musulmani turchi che verso Meryem Ana, nutrono una speciale simpatia.

Pamukkale.

Dopo esserci rifocillati in una ristorante tipico all'aperto, riprendiamo il viaggio e arriviamo a pomeriggio inoltrato a Pamukkale, il luogo delle cascate pietrificate. E' un posto magico e surreale: dinanzi a noi, disposte a gradinate, ci sono delle piccole piscine naturali formate da rocce calcari di un bianco abbagliante su cui si riversano delle cateratte di acqua tiepida di colore azzurro verde e che in più è curativa. Al tramonto del sole la luce dorata si riverbera sulle cascate di pietra bianchissima illuminando una fiabesca formazione di stalattiti che sembrano castelli pietrificati, mentre il bianco accecante delle rocce calcaree sfuma nel tramonto in un rosa tenue con venature dorate. Nessuno di noi ha resistito alla tentazione di togliersi le scarpe e immergersi nell'acqua tiepida discendendo per le gradinate delle cascate. Più che pellegrini in quel momento sembravamo scolaretti in vacanza! Ma la capacità di gioire della bellezza delle natura è pur sempre uma maniera di lodare il Signore suo creatore. A sera siamo arrivati in un albergo incantato completamente isolato dal resto del mondo: nel patio adiacente era allestito un ricco buffet; tutto intorno nel giardino, scorreva tra rivoli e fontane la stessa acqua delle cascate. Inoltre fuori c'era una piscina d'acqua termale e un'altra piscina coperta con annessa sauna si trovava due piani sotto l'albergo. In camera poi la stessa acqua termale scorreva direttamente nella vasca da bagno. Certo con il pellegrinaggio abbiamo rinfrancato lo spirito, ma non sarebbe stato male fermarci un giorno intero per rinfrancare anche il corpo. Invece al mattino presto abbiamo iniziato l'itinerario forse più faticoso di tutto il pellegrinaggio: 650 km. In pullman verso la Cappadocia attraversando la regione dei laghi salati.

Passando per Konya.

"Paolo e Barnaba entrarono ad Iconio - oggi Konya - nella sinagoga dei giudei e vi parlarono in modo tale che un gran numero di giudei e di greci divennero credenti. Ma i giudei rimasti increduli eccitarono ed inasprirono gli animi dei pagani contro i fratelli." (Atti, 14, 1 - 2)

Lungo il percorso ci siamo fermati al caravanserraglio di Sualtanhani risalente al XIII secolo. Queste oasi, più di cento in tutto l'altopiano anatolico, erano luoghi di ricovero per i viaggiatori delle carovane che potevano ristorarsi e passare la notte con i loro dromedari. All'interno c'è un ampio cortile con una piccola moschea al centro. Sui lati del cotile ci sono le cucine, i bagni, le camere da letto e le scuderie. Spesso la porta principale dei caravanserragli aveva delle decorazioni di pregio.

La sosta più importante di questa lunga tappa di trasferimento è stata Konya, l'antica e famosa capitale dei Selgiuchidi: per molti fedeli turchi questa città è una meta di pellegrinaggio perché in essa vi è la Turbe, cioè il mausoleo di Mevlana, che è stato il fondatore dell'ordine dei Dervisci Danzanti.

In tutta la provincia l'agricoltura è fiorente perché la zona si trova ai piedi delle montagne vulcaniche e il terreno particolarmente fertile la rende un'oasi fiorita. C'è molto verde nella città ed anche l'atrio d'ingresso del museo di Mevlana era un traboccare di aiuole curatissime di rose, rosolacci ed altri fiori estivi. Il museo comprende l'antico monastero dove abitarono Mevlana e i suoi dervisci: in realtà è una moschea dalla quale si innalza una cupola verde blu con un tetto conico

a punta. Si entra attraverso la porta d'argento e in esso si trovano i sarcofagi di fiori di Mevlana, dei suoi maestri e dei suoi alunni. Sulle tombe è posato il caratteristico copricapo dei dervisci, bianco nero a seconda del grado di formazione a cui lo stesso era arrivato. Le tombe senza cappello appartengono a donne. All'interno del museo sono conservate le reliquie di Mevlana, tra cui dei peli della sua barba in una preziosa teca dorata e dei corani altrettanto antichi e preziosi perché scritti a mano. Sui tre lati del cortile ci sono le celle dei monaci che sembrano rivivere perché riprodotti in statue a grandezza d'uomo, con i loro vestiti tradizionali, accovacciati davanti al camino o nell'atto di iniziare la loro danza, immersi nella preghiera o nella lettura. Sembra di essere al museo delle cere! E poi c'è un'interessante esposizione di tappeti, candelabri, servizi musicali e tanti copricapo di Mevlana di ogni misura.

Mevlana Celaleddin detto il Rumi

"La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l'intera verità." (Mevlana Rumi, Sec. XVI)

Mevlana nato nel 1207 a Balkh, città persiana, ora in Afghanistan, ricevette dal padre, conosciuto col nome di Principe della saggezza perché era un rinomato accademico, un'accurata educazione compreso lo studio di scienze esoteriche. Si stabilì poi a Konya per insegnare filosofia. Nella capitale selgiuchide si sposò ed ebbe figli. L'incontro decisivo per la sua vita spirituale fu quello con Shams Tabriz, un giovane predicatore vagante che lo iniziò al sufismo. Quando Shams decise di ritornare in Persia, Mevlana lo accompagnò fino a Tabriz e strada facendo, tutto immerso nelle sue mistiche riflessioni si sentì come divorare da un fuoco interiore e cominciò a roteare su se stesso in una specie di rapimento estatico. Poiché Mevlana era anche un musicista di talento e suonava bene il violino e il ney, che è il flauto turco, cominciò a comporre delle musiche per i canti improvvisati che i dervisci intonano dopo la preghiera e la recita di dieci passi importanti del corano. Questo sta alla base della liturgia musicale mevlevi che ancor oggi viene eseguita e arricchita con ulteriori composizioni dal sufismo contemporaneo. Tra le opera più importanti di Mevlana c'è il Poema Spirituale, trattato monumentale in sei volumi che espone la dottrina mistica del sufismo inframmezzandola con aneddoti, leggende, allegorie e voli lirici di estatico rapimento. Cardine dell'insegnamento di Mevlana è l'amore tra Dio e il credente. Se non fosse per un certo panteismo di cui è impregnata la sua dottrina, le sue liriche richiamerebbero quelle di un S. Giovanni della Croce o di altri mistici cristiani. A riprova che lo spirito non ha confini e non si lascia imbrigliare dalle anguste strettoie dello spazio e del tempo, anzi in alcuni momenti della storia sembra irrompere con la forza del vento in popoli e culture tra loro lontanissimi. Come non vedere il segno dello spirito in questo amore esaltato in toni diversissimi e persino laici nel 1200. A me viene spontaneo accostarlo a S. Francesco con il suo Cantico delle Creature, ma anche a certi stornelli trovadorici della poesia colta contemporanea, e persino a Dante che nella Divina Commedia ha trasfigurato l'amore per Beatrice nell'amore universale di Dio. Mevlana ci mostra un Islam dal volto mite e dialogico e perciò egli fu amico di saggi ebrei e di monaci e vescovi bizantini. Secondo alcuni ci fu addirittura un carteggio tra lui e S. Francesco, ma forse è solo una leggenda. La danza dei dervisci rotanti ha un significato religioso: il derviscio, posizionandosi con la mano destra alzata verso il cielo nell'atto di ricevere i doni di Dio e la sinistra abbassata verso la terra nell'atto di dispensarli al popolo, vuol farsi tramite tra Dio e le creature; la sua rotazione simboleggia la rotazione dei pianeti attorno al sole. Il Sufismo è oggi disapprovato dall'Islam ufficiale perché antepone l'amore all'obbedienza.

Cappadocia.

Descrivere la Cappadocia è tentare di raccontare ad un ascoltatore perfettamente sveglio la bizzarria di un paesaggio surreale visto in sogno. Davanti al nostro sguardo esterrefatto si snoda un paesaggio lunare: degli avvallamenti di roccia vulcanica bianchissima che sembrano decorazioni di panna montata o meringhe cadute dal cielo; delle alte colonne di tufo grigio con dei cappelli di pietra più dura e dalle forme più svariate. Sono i camini delle fate, dall'aspetto così bizzarro che alla nostra immaginazione sembrano delle macchie di Rorcharch tridimensionali e pietrificate: in una sembra di scorgere un dromedario accovacciato; alcune rocce a cappello richiamano i funghi chiodini; a volte ci sembra di scorgere un assembramento di pinguini pietrificati... Questo paesaggio unico al mondo ha la massima concentrazione nella valle di Goreme. Qui a partire dal terzo secolo dei monaci si ritirarono come eremiti, scavando nel tufo friabile dei rifugi che a volte ebbero la struttura di un vero monastero; qui vissero i tre santi cappàdoci: S. Gregorio da Nissa, S. Basilio vescovo di Cesarea e S. Gregorio Nanzianzeno. Nella valle di Goreme abbondano le chiese rupestri che portano all'interno sorprendenti affreschi raffiguranti scene della vita di Gesù: la natività, la fuga in Egitto, il battesimo,... sembra un rosario figurato, sono forse delle immagini un po' naif ma di forte impatto emotivo. Il numero delle chiese rupestri è impressionante: c'è la chiesa di Tokali, la cappella di S. Basilio, la cappella di S. Barbara, la chiesa della mela, del serpente, dei sandali, la chiesa oscura... Colpiscono alcune immagini affrescate: il Cristo Pantocratore, S. Giorgio che uccide il drago, una curiosa immagine di S. Onofrio, un'insolita Annunciazione con la Madonna in piedi.

La chiesa rupestre di S. Pietro

In questa cappella padre Giuseppe ha celebrato l'Eucaristia. Nella grotta spoglia, delle gocce d'acqua cadono ogni tanto dal soffitto; non ci sono immagini, abbellimenti, affreschi; qui tutto è essenziale, qui ci sentiamo ardere il cuore nel petto come i primi discepoli sulla via di Emmaus e come i ceri che abbiamo acceso per la celebrazione. Qui ritroviamo intatti i simboli del nostro sentire cristiano: l'acqua (il battesimo), i ceri accesi (la luce della fede), la nuda pietra (la forza della testimonianza ed insieme il rifiuto del superfluo). L'omelia di padre Giuseppe è molto bella e intonata all'atmosfera: prega perché non induriamo la pietra del nostro cuore; ci parla della dimensione della nostalgia per la terra promessa che nel cristiano s'intreccia con quella della speranza, riprende l'invito del Papa "duc in altum!" - prendi il largo e non avere paura!

Le città sotterranee e la lavorazione dei tappeti.

Un'altra realtà importante della Cappadocia è quella delle città sotterranee. Quelle conosciute sono circa 200: sono costruite a più livelli che sprofondano nella terra sino a 85 metri come nella città di Derinkuyu. I vari piani sono collegati tra loro da un efficiente sistema di cunicoli, camini d'areazione alcuni dei quali a volte venivano usati come pozzi. Noi abbiamo visitato la città di Kaymakli che è stata esplorata fino al sesto livello. Nei primi due piani si scende per gallerie ad altezza d'uomo, negli ultimi due invece i cunicoli sono più stretti e bassi e perciò la visita è sconsigliata a chi soffre di claustrofobia. Fuori in un piccolo villaggio di tende colorate sembra che il tempo si sia fermato: qui si possono trovare sciarpe di lana cachemire e di pura seta, borse di pelle fatte a mano, oggetti di peltro e rame lavorato. Gli abitanti sono attaccati a certe forme rudimentali di superstizione: con gli euro che ricevono dai nostri acquisti vanno a toccare ogni angolo delle loro bancarelle, sono convinti che questo gesto porterà loro salute e ricchezza. Inoltre attaccano dappertutto dei ciondoli portafortuna chiamati l'occhio di Allah. La nostra guida ci accompagna poi a visitare una fabbrica di tappeti. Assistiamo alle varie fasi delle lavorazione: prima vediamo delle ragazze giovani accovacciate per terra e intente ad intrecciare con perizia ed abilità i nodi dei tappeti. Per quelli più pregiati le ragazze impiegano anche tre anni di lavoro e se il filo è di seta alla fine la vista ne risente. Fanno pena, non sorridono mai e non sembra che il salario che ricevono sia proporzionato alla preziosità del loro manufatto. In un'altra stanza ci sono due pentoloni: uno è pieno di bachi da seta, l'altro d'acqua bollente dove vengono tuffati i bozzoli per uccidere il baco al loro interno prima di lavorare il filo di seta. Un'altra stanza è pronta per la mostra dei tappeti, prima però ci fanno accomodare su panche basse di legno e ci offrono del tè: rosso o di mela. Poi c'è la presentazione dei pezzi più pregiati: tappeti di seta pura dai colori cangianti, tappeti in cotone e lana e cotone dai colori brillanti. IL nome e il disegno connotano i villaggi dove i tappeti vengono prodotti.

La cucina turca e la danza degli sposi.

La sera abbiamo mangiato in una cava turca, un locale caratteristico scavato nel tufo, dove si può mangiare assistendo ad uno spettacolo folcloristico. I piatti tipici della cucina turca sono: il Kebab (carne di montone o agnello speziata e arrostita alla brace), i dolmas (spiedini o involtini di verdura), il dessert (frittelle di vario genere e bocconcini dolcissimi ricoperti di miele profumato e granellini di pistacchi o cumino). Da bere il cay (tè rosso prodotto sulle sponde del Mar Nero), iltè di mela e il kahve (caffè turco molto zuccherato da bere a piccoli sorsi per far depositare i fondi nella tazzina). E poi ancora l'ayran (yogurt salato diluito in acqua), e il raki (liquore di anice da versare nell'acqua ghiacciata).

In Turchia non esistono danze di coppia. La danza, spesso di natura simbolica, viene ancora oggi eseguita nei piccoli villaggi per le più svariate occasioni: nascita, nozze, principio e fine del raccolto,... La danza è accompagnata da flauti a canne, tamburi di pelle di capre, cucchiai battuti come nacchere e violini.

In cammino verso Antiochia passando per Tarso

Durante la lunga tappa di trasferimento la guida ci intrattiene su usi e tradizioni locali. Ci informa che per ogni mussulmano ci sono tre cose ancora oggi sacre: la donna, il cavallo e la pistola. Anche l'ospitalità è sacra. Però un ospite che tradisce una di queste tre cose è passibile di morte. Tutto sommato alloggiare in albergo è molto più sicuro! Lungo il percorso ci fermiamo in un'oreficeria per la lavorazione di pietre dure. Qui sono in vendita a prezzi controllati monili ed oggetti con turchesi, ambra, onice ed alabastro. Arrivati a Tarso, ci conforta la calorosa accoglienza di due suorine nella chiesa dedicata a Paolo. Qui la comunità cristiana è quasi estinta, è rimasta forse una sola famiglia, e tre suore missionarie italiane che rendono presente il cristianesimo e si occupano di

Assistere i poveri indipendentemente dalla loro fede e curano un servizio di adozione a distanza. Alcuni di noi prendono l'indirizzo, così per vie misteriose lo spirito di Paolo continuerà a dare i suoi frutti intrecciando la vita di qualche giovane turco con questi pellegrini venuti da lontano. A Tarso visitiamo il pozzo della casa di Paolo, unico reperto a ricordo della casa natale dell'apostolo. A Tarso padre Giuseppe celebra messa nell'antica chiesa: questa volta la sua omelia inizia citando i passi della Scrittura: "Venne una luce sfolgorante che rese cieco Paolo. Ci sorprende con l'immediatezza delle sue parole e nel ricordo di Paolo folgorato sulla via di Damasco ci invita ad accogliere e rinnovare la luce della fede ogni giorno, operando nella nostra famiglia e nella nostra comunità ed allenandoci a superare difficoltà e scoramento giorno per giorno, così come Paolo ha saputo affrontare nei suoi lunghi viaggi missionari disagi e pericoli.

Proseguiamo poi per Antiochia dove visitiamo il museo che raccoglie pregevoli mosaici e poi, all'aeroporto di Adana, prendiamo un volo interno verso Istanbul.

Istanbul

L'antica Costantinopoli, l'unica città al mondo che fa da spartiacque tra due continenti, l'Asia e l'Europa, è una bellissima città che si affaccia sul Bosforo. Tra i luoghi più insoliti da visitare c'è la basilica di Yerabatan che in realtà è una cisterna sotterranea di 140 metri di lunghezza e 70 di larghezza; ha una volta posta a otto metri di altezza e sostenuta da colonne romane provenienti da luoghi diversissimi e che creano il suggestivo "effetto basilica". La base delle colonne è completamente immersa nell'acqua e attraverso ponticelli sospesi è tutta percorribile.

La moschea blu con i suoi sei minareti che svettano sulla città è la più grande e maestosa, è decorata da 21000 piastrelle di maiolica blu che le hanno dato il nome.

La moschea di Solimano il Magnifico: è sorretta da 28 cupole ed è abbellita da colonne di porfido, marmo e granito. L'acustica è tanto perfetta che la voce dell'Imam risuona in ogni angolo con la stessa intensità e senza bisogno dell'altoparlante. Un'annotazione curiosa: ai candelabri, che scendono dal soffitto piuttosto bassi per aumentare la luce all'interno, sono appese delle palline nere che in realtà sono uova di struzzo cotte in acqua speziata il cui odore fa allontanare i ragni dalla moschea.

Abbiamo poi visitato l'ippodromo con il suo obelisco egiziano e ancora la chiesa di S. Salvatore in Chora con i suoi mosaici.

Santa Sofia: considerata una delle meraviglie architettoniche di tutti i tempi, fu ricostruita sul luogo della primitiva basilica in legno fatta costruire da Costantino nel 360 e poi distrutta da un incendio. Trasformata in moschea dai turchi è oggi un museo. Al suo interno ci sono dei medaglioni di 7,5 metri con la scritta in arabo del nome di Allah e che sono gli esemplari di calligrafia più grandi del mondo.

Topkapi

E' una sterminata costruzione di 700.000 mq., che è il doppio del Vaticano, circondata da una muraglia di 5km. E che per 400 anni è stata sede amministrativa oltre che residenza privata dei Sultani turchi e delle loro famiglie. Il suo interno è suddiviso in vari cortili, la gente comune aveva accesso solo ai primi due, gli altri erano riservati al Sultano e ai suoi intimi. Nel palazzo di Topkapi oltre alle residenze, ci sono cucine, dispense ed officine per gli artigiani e gioiellieri di corte e poi la biblioteca, l'harem, il palazzo del tesoro, musei, padiglioni vari, il palazzo delle sacre reliquie..., il tutto inframmezzato da cortili, fontane e chioschetti in un giardino dai cento fiori. Solo l'harem è formato da 300 stanze! Il padiglione più bello è quello di Bagdad che ha una cupola decorata all'interno con foglie d'oro, mobili e infissi intarsiati di madreperla, pareti decorate con maioliche dipinte e colonne di marmo bianco e rosa. La sua terrazza panoramica si affaccia sul Bosforo, è circondata dal giardino dei tulipani e da qui si può ammirare tutta la costa asiatica.

Nella sala delle reliquie ci sono gli oggetti personali e i ricordi del profeta Maometto: i peli della sua barba, un po' di terra della sua tomba, la sua spada, il suo bastone, un pezzo di dente che gli si era rotto in battaglia, il mantello del profeta... In questo edificio per 407 anni, durante il sultanato ottomano, il corano è stato letto 24 ore su 24 senza interruzione.

La stanza del tesoro

Il tesoro è costituito da oggetti prodotti dagli artigiani che lavoravano nelle officine del palazzo Tpkapi; ad essi si sono aggiunti poi i bottini di guerra e i regali dei sovrani stranieri. Sono esposti: il trono di noce decorato d'oro, con avorio ed ebano sbalzato, il trono regalato dallo Scià di Persia decorato con 25.000 perle, caraffe di zinco adorne di smeraldi, brocche d'oro, attaccapanni con rubini, il "rosario" di smeraldo, vasi di giada e cristallo, il famoso pugnale di Topkapi con smeraldi e brillanti incastonati nell'elsa, una culla d'oro per principini, due candelieri dal peso di 48 kg. Ciascuno e decorati con 6482 brillanti... Al centro dell'esposizione e guardato a vista da sentinelle armate una gemma sfavillante: è il kasikci (il diamante del cucchiaio) un diamante di 86 carati a forma di pera e contornato da 49 brillanti.

Concludiamo la visita di Istanbul con un giro in battello ammirando il tramonto sul Corno d'oro. Prima della partenza, il mattino dopo, facciamo in tempo a visitare il Gran Bazar, un gigantesco labirinto coperto di 500 botteghe, dove si trova di tutto e dove la contrattazione è d'obbligo.

In questo viaggio abbiamo avuto sollecitazioni di ogni genere, tra sacro e profano. La nostra esperienza si è arricchita nel rivivere, tra i luoghi della nostra fede, gli episodi della vita degli apostoli che conoscevamo solo dalle S. Scritture. Nell'ultima parte del viaggio, tornando in pullman da Catania a Palermo, ci siamo imbattuti in un temporale incombente. Il nostro viaggio che è incominciato nel segno della luce, si è concluso con dei lampi che illuminavano a giorno le case verso cui ritornavamo. Ci è sembrato di buono auspicio. Alla fine di questo pellegrinaggio sulle orme di Paolo, sono ancora le sue parole a risuonarci nella mente: "La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi delle luce." (Rom. 13, 12)

[ Poesie di Nunzia Caltagirone ]


« Torna ai Racconti